Tag: dolore

Il dono

Il mio dono quotidiano

Il mio lavoro è stupendo, ma particolare quanto difficile. Le persone che sostengo, di cui mi prendo carico, hanno molte difficoltà. Difficoltà che non si limitano a ciò che mi dicono nella stanza di terapia, ma che si perpetuano nel tempo tra una seduta e l’altra. Molto spesso capita che quando i miei pazienti stanno attraversando un periodo particolare io do loro la possibilità di chiamarmi in caso di emergenza. In realtà poi finisce che quasi sempre non lo facciano per imbarazzo, vergogna, proprio per non disturbarmi. 

Alcuni penseranno che questi pazienti facciano bene, che pensandola diversamente sarebbero degli scocciatori. Ma in realtà cosa vogliono i miei pazienti quando mi cercano? Non vogliono una terapia telefonica come magari molti pensano… Ad alcuni spesso basta una parola di conforto, la certezza di avere un appoggio, spesso basta che io ricordi loro anche semplicemente di “respirare”. E per me sinceramente non è un peso. Perchè? Perché quando mi consegnano i loro drammi perché vogliono che glieli restituisca meno pesanti e più comprensibili, i miei pazienti mi stanno dando fiducia. E non c’è regalo più bello che ogni persona ci possa fare, la sua fiducia. 

Perché proprio io?

Perché lo chiedono proprio a me? per loro la mia professionalità rappresenta una sicurezza. Potrebbero invece non avere nessun altro a cui chiederlo. Oppure aver bisogno di una risposta diversa da quella che gli danno di solito le altre persone. 

Ma cosa sono davvero i pazienti per uno psicoterapeuta? Vi piacerebbe saperlo? Non ho alcuna  intenzione di generalizzare questa percezione dei pazienti che è esclusivamente mia… quindi rettifico, volete sapere cosa sono i miei pazienti per me?

Ogni paziente che entra dalla porta del mio studio porta diverse cose con sé. Porta una storia che è unicamente sua. Porta questo fardello invisibile che si rende evidente quando lui o lei inizia ad aprire bocca o a piangere.

Il dono del dolore

Ogni paziente porta con sé il suo dolore, un dolore che lui vive come unico, ma che è stato di molti altri prima di lui e forse è stato anche mio.

Ogni dolore che un paziente mi porta, mi avvicina a lui, mi arricchisce per il bagaglio esperienziale che porta con sé e quando mi offre la gestione del suo dolore, lo riporta a galla anche alla mia memoria. In una giornata io ho modo di rivivere attraverso i miei pazienti molte esperienze, alcune vissute anche da me, altre no. Le rivivo attraverso il loro punto di vista e il loro carico emotivo. Il tutto potrebbe essere paragonato ad un uragano emotivo. 

Nel tuo dolore io ritrovo il mio

Quest’esperienza giornaliera è molto piacevole, avete presente quando guardate un vecchio album delle fotografie? I ricordi di quei momenti si susseguono nella nostra mente definendo e chiarendo cosa era successo prima e dopo quella foto. Un mio giorno di sedute si articola così, ognuno che entra mi dà la possibilità di rivivere un pezzetto della mia vita insieme alla sua attraverso di lui. La giornata alla fine diventa un sovrapporsi di piani paralleli in cui, oltre alla tanta teoria e le tecniche apprese negli anni, ciò che io dico per contenere, e sostenere è, a volte, ciò che avrei voluto sentir dire a me per sentirmi sostenuta in ognuno di quei momenti che con tanto dolore mi stanno portando.

Ogni paziente è un dono perché mi dà la possibilità di ricordare a me stessa quanto quei dolori che un tempo avrei giurato mi rendessero troppo fragile per essere al mondo, oggi mi rendono la persona giusta a cui raccontare quel dolore. Io sono una persona molto fortunata, una persona che ogni giorno vede i suoi pazienti entrare sofferenti ed uscire sollevati e pieni di nuova forza consapevole… 

E’ sempre il mio compleanno

Ogni giorno quindi, a studio è il mio compleanno, ogni paziente mi porta il suo regalo pieno di fiducia. Il dono di ognuno è proprio questa fiducia. La sua storia, le sue emozioni, il suo essere unico e vivere con unicità i suoi problemi, il  suo mondo è il mio dono. E saper apprezzare ciò che gli altri ci danno è determinante per chi fa il mio lavoro. Attraverso ogni paziente rivivo me stessa e le persone importanti della mia vita, rivivo ogni esperienza passata guardandola con nuovi occhi. Ogni volta in cui qualcuno chiamandomi mi da la possibilità di esserci per lui, mi da anche la possibilità di essere presente per me stessa, di tornare nel mio di abisso per poterne riuscire ogni volta cresciuta un po’ di più.

“Come nella ferita si cela il segreto della nostra guarigione, così sarà la discesa al nostro inferno a consentirci la salita al nostro paradiso” (Carotenuto, 2001).

Dalla perdita all’accettazione: come affrontare il lutto.

Attaccamento e perdita

La vita ci da molto e ci toglie altrettanto e tutti noi, chi prima chi dopo, abbiamo purtroppo perso qualcuno… Mi sono domandata da che punto sarei dovuta partire per spiegare come si può affrontare un lutto. Ho considerato che non avrei potuto farlo senza aver almeno definito il concetto di attaccamento.

Infatti, come non esiste il bianco senza il nero e il bene senza il male. Non può esistere, né essere concettualizzato il lutto, senza l’idea che prima della perdita dell’altro ci sia stato un legame ed un effettivo rapporto che col tempo si è fatto sempre più importante. L’attaccamento si basa proprio su questo, cioè sulla gestione della paura che l’altro se ne vada e che io possa morire per la sua perdita.

Attaccamento “sano”

Un attaccamento “sano” deriva dall’aver avuto nei primi periodi di vita una relazione emotivamente forte in cui il bambino si è sentito protetto, sicuro e amato senza condizioni. Ciò nel tempo gli permetterà di maturare un’immagine di sé come di una persona degna di amore. Questo tipo di attaccamento lo porterà ad affrontare ogni situazione in modo più funzionale, anche e soprattutto quelle dolorose. Se invece non abbiamo goduto di un attaccamento sano, nel momento della perdita vivremo quello che viene definito “doppio lutto”… Sarà quindi come se perdessimo la persona amata due volte. Una volta per il dolore di non aver mai maturato un’immagine interna dell’altro e una seconda volta per la perdita dovuta alla morte.

Perdita e lutto

A questo punto possiamo iniziare a parlare del lutto. Il lutto seppur a livello antropologico viene vissuto in maniera diversa a seconda della cultura a cui si fa riferimento, a livello emotivo è una sensazione di perdita universalmente riconosciuta e che si caratterizza per il tipo di pensieri, sentimenti e comportamenti manifestati in conseguenza alla morte di una persona cara e che variano ed evolvono con il trascorrere del tempo.

Il primo periodo di lutto definito “acuto” tende a risolversi mediante un lungo e difficile processo di accettazione che si sviluppa in 3 fasi:

  • acquisizione di piena consapevolezza della perdita e delle sue conseguenze;
  • sviluppo di modalità alternative di relazione con il defunto;
  • ridefinizione degli obiettivi e dei progetti personali.

Come si affronta una perdita dovuta al lutto

Negli ultimi anni è stato concettualizzato un modello di terapia del lutto: la “Grief & Growth Therapy” che si basa sull’importanza di quello che viene definito Modello Duale. Il Modello Duale sostiene che ogni persona è orientata “sia alla Perdita” ( per il fatto che percepisca questo dolore lancinante e tenda a non volersene liberare) che “alla Ricostruzione” (per il fatto che ha la volontà di portare avanti gli altri rapporti e gli impegni della vita, ma se lo fa si sente in colpa). Lo stress e l’ansia derivanti dall’alternanza tra il sentimento di Perdita e di Ricostruzione sono fondamentali per raggiungere il nuovo adattamento all’assenza dell’altro.

Il terapeuta in questo approccio si prende cura del modo in cui il paziente ha la possibilità di continuare ad avere un legame, ovviamente di tipo diverso, con la persona che ha perso. Per esempio, ha la possibilità di: continuare a sentire la sua presenza emotivamente confortante (sentirsi protetto da lui); parlare con la persona che ha perso (facendo di lui una presenza che lo ascolta); viverlo come guida morale (mettendo in atto buoni suggerimenti dati mentre era ancora in vita); parlare della persona defunta (a volte con dolore, altre con gioia, con rabbia o tristezza, vivendo però ogni tipo di emozione con cui la perdita l’ha costretto a fare i conti).

Nessun ritorno ad una vita normale sarà reale se non passerà attraverso l’elaborazione del dolore che la perdita ha provocato, e alla presa di coscienza che quella sofferenza è l’altro lato della medaglia rispetto al legame che si era instaurato.

L’elaborazione del lutto

Con il tempo ognuno di noi è portato ad integrare l’evento della morte della persona cara all’interno della propria storia personale. Solitamente impariamo a distinguere tra un “prima” e un “dopo” la sua morte. Possiamo però sostenere che il processo di “elaborazione del lutto” è terminato quando riusciamo ad accettare la nuova realtà e a “sistemare” la persona persa per sempre in un luogo interno (nella nostra mente, nel nostro cuore o nella nostra anima), meno doloroso perché ci permette di sentirlo accanto e più utile ad una riapertura verso il mondo esterno. Averla dentro di noi ci permetterà di sentirla parte integrante del nostro essere vivi, e potremo così sentirci rassicurati sull’importanza del legame che avevamo creato e sulla sua durata eterna.

Personalmente, porto dentro di me chi ho amato e perso… ho sofferto, accettato e apprezzato quanto di importante mi hanno lasciato e sono andata avanti nella mia vita, portandoli con me… ma ogni tanto mi capita di essere sovrappensiero, sentire una canzone e iniziare a piangere… e quelle lacrime a distanza di molti anni mi regalano sempre inaspettatamente la sicurezza che quei legami non sono stati mai interrotti, sono rimasti importanti e me lo faccio bastare…

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