La vicinanza al tempo del Covid-19

Da un giorno all’altro ci sono stati tolti il contatto, poi la vicinanza e siamo stati ristretti nella solitudine delle nostre abitazioni. In queste case ognuno vive con i propri demoni personali (reali o psicologici). Case che prima del Covid-19 vivevamo poco, con rammarico, ora vorremmo decisamente viverle meno. Le nostre stanze ci stanno strette, e ci troviamo ad aprire le finestre per vedere il cielo o fare entrare il sole insieme all’aria primaverile. O almeno, io lo faccio, voi?

Strana, troppo strana questa situazione, un mese fa non avrei mai immaginato che oggi mi sarei trovata a dover vivere così, ma è successo!

All’improvviso la nostra vita è cambiata e noi ci siamo dovuti abituare a malincuore. Limitati nelle nostre libertà ed espressioni, siamo costretti a vivere questa vita a distanza di sicurezza. Siamo persino privati della possibilità di “leggere” le emozioni dell’altro attraverso le sue espressioni facciali, quasi completamente nascoste da una mascherina.

Quando vado a fare la spesa mi sorprendo a guardare le dinamiche interpersonali. Noto come, anche le persone che si salutano dai balconi mentre cantano l’Inno di Mameli, se si incontrano al supermercato si evitano. Si fanno un cenno sfuggente e evitano di prendere prodotti nella stessa corsia, per mantenere le distanze. Comunque, che si conoscano o meno, le persone si guardano male, sono arrabbiate, nervose, vedono nell’altro il veicolo del contagio da cui devono necessariamente proteggersi.

L’altro come possibile portatore di virus o “positivo asintomatico” viene visto come “il male” personificato. Viene osservato con ostilità e paura, arrivando a volte anche ad urlargli contro. Gli animi sono cupi, gli sguardi spenti, i cuori tristi. L’altro quindi viene percepito in modo ambivalente: da un lato è quello che può capirci, nei sacrifici e nelle difficoltà,  dall’altro rappresenta quello che non rispetta le restrizioni, quello che con la sua scelleratezza potrebbe contagiare anche altri, potrebbe contagiare me. Questa situazione è un incubo che si avvera. Abbiamo lottato per ottenere libertà e autonomia, ma tutto è stato vanificato, non siamo più nulla. Ci annoiamo, non bastiamo più a noi stessi, abbiamo un estremo bisogno dell’altro nonostante ci preoccupi e spaventi.

Sembra che nessuno ricordi più che i sorrisi siano ancora gratis e che ridere, anche se l’altro non lo vede, porta il nostro cervello a secernere “serotonina”, l’antidoto naturale alla depressione. Contro il Covid-19 possiamo poco, possiamo solo stare a casa, tutelando noi stessi e chi amiamo, ascoltare esclusivamente le notizie che arrivano da fonti attendibili, dedicare del tempo a fare qualcosa che ci fa stare bene, e cercare motivi per ridere… ma sapete cosa? vi ho preso in giro, perché tutto questo non è poco, è molto, è tutto. In effetti tutto quello che è in nostro potere ora è tutto ciò che a ognuno di noi serve per arrivare a domani. Per tutto ciò che è nostra responsabilità  e che non può essere da noi controllato invece, non possiamo fare nulla. 

Possiamo:

  • sperare nel buon senso delle persone, non controllare se i nostri coinquilini escano di casa;
  • ricordare a chi amiamo di tutelarsi, ma non possiamo fare nulla se lui incoscientemente vuole uscire perché prende questa situazione sotto gamba;
  • diffondere notizie positive, come la natura che rifiorisce, lo smog che diminuisce e gli animali che si riprendono i loro spazi, ma non possiamo prendercela con chi ha bisogno di andare a correre o far sgranchire le zampe del proprio cane;
  • sfruttare questo tempo per arricchirci mentalmente, ma non possiamo fare nulla per chi vuole passare tutto il tempo a lamentarsi;
  • crearci una routine positiva che ci permetta di essere fieri di noi, ma non possiamo fare nulla per chi si vuole lasciare andare.

Se ognuno di noi facesse questo per se stesso ci sentiremmo più forti. Non solo perché tutti insieme abbiamo un nemico in comune, ma perché avremmo capito che c’è un modo sano per affrontarlo andando avanti nonostante le nostre paure. Farci bloccare dalle nostre paure infatti non è sano. Vivere il tempo che abbiamo con tutte le sue limitazioni e ore libere a disposizione nonostante la nostra paura invece, lo è.

Se tornare a quella che era una normalità vorticosa non è auspicabile. Possiamo ricominciare da ora a trovare il tempo per coltivare nuovamente i rapporti,  anche se solo online, a utilizzare i social per mantenere i contatti con le persone.

Chi sento e vedo, pazienti e amici, mi dicono che fanno proprio questo.  Parlano e/o vedono anche persone con cui non si incontravano da tempo. Ci si chiede sinceramente come si sta, perché se da un lato siamo più preoccupati per noi stessi, dall’altro siamo anche più preoccupati per gli altri, per tutti, anche per chi non conosciamo direttamente. Ci addoloriamo per le persone che muoiono sole, per i loro parenti a casa, per le persone sole e anziane che non sanno usare i social, per le zone rosse, le prime, quelle più colpite delle altre.

Il Covid-19 ci ha fatto riflettere sulla solitudine. Ci ha resi più ansiosi e preoccupati, più arrabbiati, più pensierosi, ma forse ci insegnerà molto. Forse ci porterà a riscoprire l’importanza dei rapporti, il piacere della condivisione, l’interesse per l’altro e per le buone azioni. Il Covid-19 si diffonde attraverso le persone, ma grazie proprio ad ognuno di noi,  ciò che abbiamo patito e resterà indelebile nella nostra memoria, ci porterà a non fare più gli stessi errori.

Sono stata da sempre favorevole alla terapia via Skype come mezzo e/o alternativa di incontro con il paziente, ma oggi che questa è l’unica possibilità per continuare terapie già iniziate o iniziarne di nuove, mi sembra davvero troppo poco vederli solo e sempre tramite uno schermo.

Io che fino all’altra settimana ho continuato ad andare a studio, mi sono trovata a non poter più dare un abbraccio nel momento di bisogno, una pacca sulla spalla al raggiungimento di un obiettivo, una calda stretta di mano. Ed oggi mi trovo qui a riflettere su come ciò che tre settimane fa era difficile, non toccare l’altro, oggi sia diventato normale.  Non smetto mai di sorprendermi di come riusciamo ad adattarci a tutto, anche a ciò che non ci piace, adesso che essere vicini è possibile solo metaforicamente.

Ci troviamo a dover fare i conti con una realtà surreale, una realtà di cui parleranno un giorno i libri di Storia. Possiamo avere il dono della fede, opinioni intelligenti, essere politicamente schierati e culturalmente preparati, ma esiste un’unica verità: “non si può prevenire ciò che non si può predire”. L’idea di poter conoscere il futuro rimane un’illusione. L’unica cosa di cui io oggi sono a conoscenza è il modo in cui posso fare la mia parte. Come? Tutelarmi per tutelare chi ho intorno, utilizzare il tempo in maniera costruttiva, esserci per i miei pazienti, cercare le informazioni per  rassicurare me stessa, cercare motivi per ridere e trasformare una giornata a casa, in una BELLA giornata a casa. 

E tu? Tu che stai leggendo, dato che non sai come andranno le cose, e che hai la responsabilità solo di quello che fai in questa giornata… Cosa hai deciso di fare per te e per chi ami oggi?

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