Categoria: Analisi Transazionale

Le relazioni che ti cambiano dentro

Il sintomo e la patologia di cui esso è la rappresentazione, può essere considerato un’interruzione del processo di cambiamento che “incastra” la persona nella ripetizione di comportamenti disfunzionali con i quali si adatta ai suoi blocchi (Zinker, 1978) e li rinforza.

Sin dai primi giorni di vita, le relazioni di attaccamento influenzando la formazione delle connessioni sinaptiche danno modo agli eventi di essere trasformati in modelli mentali che permettono ai bambini di crearsi delle aspettative verso il contesto di appartenenza e renderlo più gestibile (Baca, 2005). Più tale modello si rinforza attraverso la ripetizione e la generalizzazione, maggiore sarà il processo di svalutazione delle informazioni che se ne discosteranno. Questo spiega il motivo per cui il paziente, ormai adulto, fa fatica a modificare i suoi comportamenti, infatti  seppur l’unica fonte di riconoscimento che ha risulti essere negativa, preferisce tenersela stretta boicottando e sabotando i progressi fatti. L’alternativa sarebbe quella di imparare ad apprezzare qualcosa di totalmente sconosciuto e diverso, di cui poi non saprebbe fare a meno (Klein, 1983). Solo se il terapeuta riuscirà a fornire un’esperienza emotivamente intensa da interrompere il ritorno al modello conosciuto, il ricordo diventerà vulnerabile. Sarà allora possibile per il paziente modificare le proprie credenze ampliando in tal modo (Tudor, 2003) la parte di sé più realista. La modificazione degli schemi relazionali avvenuta ad opera di un sano sostegno psicologico porterà quindi alla creazione di nuove connessioni sinaptiche che, in quanto incentrate sul presente, daranno finalmente luogo al cambiamento (Tudor, 2003; Sills & Hargaden, 2003). Grazie ad alcune tecniche terapeutiche a forte valenza emotiva si può ottenere un rimodellamento di alcune vie neuronali anche in età adulta risultando in questo la terapia anche più efficace dei farmaci (Kandel, 1999; Allen, 2003).

Lo scopo del lavoro terapeutico in Analisi Transazionale è quindi permettere al paziente di comprendere i suoi comportamenti diventando più disponibile a valutare nuovi modelli su cui basarsi, attraverso la riconquista di una comunicazione diretta tra la componente affettiva e quella cognitiva della personalità (James e Jongeward, 1971) come conseguenza della relazione sana e sicura con il terapeuta (Tudor, 2003; Sills & Hargaden, 2003; Oller-Vallejo, 2006; Tudor & Widdowson, 2008). Quando si raggiunge una relazione di tale qualità, sia essa terapeutica o meno, diventa “la cura” e permette di riorganizzare la conoscenza relazionale implicita di entrambi i soggetti della relazione (Leone Guglielmotti, 2007). Nonostante l’alleanza terapeutica si sia dimostrata (Horvath & Symonds, 1991) il fattore con il maggior effetto sulla terapia (De Luca, 2004), la sintonizzazione empatica e l’attaccamento bastano a condurre l’individuo ad una modificazione duratura del comportamento disfunzionale solo quando accompagnati da una visione alla pari del paziente e tendente alla sua presa di consapevolezza (Cornell & Bonds-White, 2001).

Bibliografia 

  • Allen, J. R. (2003). Biological underpinnings of treatment approaches. TAJ, 33, 1, 23-31.
  • Baca, E. (2005). Il sistema di attaccamento e le qualità della memoria implicita. Psicologia, Psicoterapia e Salute, Vol. 12, No 1, 67-115.
  • Chiaperotti (Ed.). Quaderni di psicologia, analisi transazionale e scienze umane, 2003, n. 38).
  • Cornell, W. F., & Bonds-White, F. (2001). Therapeutic relatedness in Transactional Analysis: the truth of love or the love of truth. TAJ, 31, 1, 2001, 71-83. (trad. it. Vicinanza terapeutica in Analisi Transazionale: la verità dell’amore o l’amore per la verità, in C. De Luca, M. L. (2004). Stati dell’Io Relazionali e Alleanza terapeutica. Psicologia Psicoterapia e Salute, 2004, Vol. 10, No. 3, 251-271).
  • Horvath, A. O., & Symonds, B. D. (1991). Relation between working alliance and outcome in psychotherapy: A meta analysis. Journal of Counseling Psychology, 38, 139-149.
  • James, M., & Jongeward, D. (1971). Nati per vincere. Milano: Edizioni San Paolo, 1987.
  • Kandel, E. R. (1999). Biology and the future of psychoanalysis: a new intellectual framework for psychiatry revisited. American Journal of Psychiatry, 156, 4, 505-524.
  • Klein, M. (1983). L’autoanalisi transazionale. Roma: Astrolabio, 1984.
  • Leone Guglielmotti, R. (2007). Relazione reale e comunicazione emozionale creativa quale cura per il cambiamento nell’inconscio protocollare. Atti del Convegno SIAT. Roma, 12-13 maggio 2007. Roma: SIAT.
  • Oller-Vallejo, J. (2006). Freudian agencies, psychic organs and ego states. TAJ, 36, 1, 20-24.
  • Sills, C. & Hargaden, H. (2003). Key Concepts in T.A.. London: Worth Publishing.
  • Tudor, K. (2003). The neopsyche: the Integrating Adult ego state. In: Sills, C. & Hargaden, H. (2003). Key Concepts in T.A.. London: Worth Publishing.
  • Tudor, K., & Widdowson, M. (2008). From client process to therapeutic relating: a critique of the process model and personality adaptations. TAJ, 38, 3, 218-232.
  • Zinker, J. (1978). Processi creativi in psicoterapia della Gestalt. Milano: FrancoAngeli, 2001.

Verso una piena consapevolezza

Fra i recenti approfondimenti all’interno dell’Analisi Transazionale, allo scopo di fare meglio il mio lavoro, faccio riferimento agli studi condotti da Tudor (2003) sulla neopsiche e a come tali ampliamenti della componente della personalità definita Adulto (A) possano influire sulle modificazioni cerebrali durature come conseguenza di una relazione sana e sicura (Sills & Hargaden, 2003; Oller-Vallejo, 2006; Tudor & Widdowson, 2008). Già nel 1961 Berne, esponendo le proprietà integrative dell’A, riteneva che a volte, qualità del Bambino (B) e/o del Genitore (G), si integrassero nella neopsiche senza dare vita ad una contaminazione, sottoforma di Ethos e Pathos. Il primo riguardava la presa di responsabilità rispetto al sentire, al pensare e al credere dell’individuo; il secondo permetteva di reagire emotivamente, mostrando disponibilità alla comprensione sia verso se stessi che verso gli altri. Entrambi delineavano il Technos. In generale, dovrebbero quindi essere rilevabili tre tendenze: recettività e attrattive personali (Pathos), valutazione obiettiva dei dati (Technos), responsabilità morale (Ethos). Anche James e Jongeward (1971) concentrarono il loro interesse sulla capacità della neopsiche di esaminare oggettivamente le opinioni, i sentimenti e i valori del G e del B per stabilire un proprio codice etico, scartando ciò che veniva riconosciuto come irrilevante o distruttivo e integrando solo ciò che contribuiva alla crescita dell’individuo stesso. È proprio tale tendenza a evolversi, tipica della neopsiche, a differenziarla dalle altre due componenti della personalità e a renderla basilare per la modificazione del paziente. Strumento necessario per l’espansione dell’A è il lavoro di decontaminazione fatto sulla base di una buona alleanza creata, rafforzata e mantenuta col paziente. La comprensione empatica derivante dal contatto col paziente pone infatti l’accento sulla co-creazione, nella relazione terapeutica, di nuove possibilità di relazioni Neopsichiche, messe in atto e testate nel setting terapeutico (Tudor, 2003).

Anche le ricerche neuroscientifiche riportate dalla Sills, Hargaden (2003) e da Allen (2003) sulla struttura cerebrale, hanno confermato che il cervello funziona in modo integrato. Con tali presupposti, l’incontro con l’altro rappresenta per ogni persona un’esperienza relazionale stimolante che attiva contemporaneamente, integrandoli, due tipi di memoria: quella esplicita, in cui vengono deposti i ricordi relativi al modellamento (con sede nell’ippocampo); quella implicita, che legando un’emozione a un ricordo porta a percepirlo come un’esperienza personalmente coinvolgente (con sede nell’amigdala). Entrambe danno vita al ricordo dell’evento come rappresentazione mentale. Come sostenuto dalle ricerche di Kandel (1999) e riportato anche dalla Sills, Hargaden (2003) e dalla Cassoni (2004) sembra che i centri superiori, in particolare i lobi pre-frontali, abbiano un più alto livello di plasticità, cioè di capacità di reagire agli stimoli sviluppandosi e adattandosi, e ciò li renda in grado di rimodellarsi anche in età adulta trasformando la struttura nervosa dell’individuo.

Bibliografia

  • Allen, J. R. (2003). Biological underpinnings of treatment approaches. TAJ, 33, 1, 23-31.
  • Berne, E. (1961). Analisi Transazionale e Psicoterapia. Roma: Astrolabio, 1971.
  • Cassoni, E. (2004). La memoria implicita: luogo del cambiamento. Psychomedia, N. 41.
  • James, M., & Jongeward, D. (1971). Nati per vincere. Milano: Edizioni San Paolo, 1987.
  • Kandel, E. R. (1999). Biology and the future of psychoanalysis: a new intellectual framework for psychiatry revisited. American Journal of Psychiatry, 156, 4, 505-524.
  • Oller-Vallejo, J. (2006). Freudian agencies, psychic organs and ego states. TAJ, 36, 1, 20-24.
  • Sills, C. & Hargaden, H. (2003). Key Concepts in T.A.. London: Worth Publishing.
  • Tudor, K. (2003). The neopsyche: the Integrating Adult ego state. In: Sills, C. & Hargaden, H. (2003). Key Concepts in T.A.. London: Worth Publishing.
  • Tudor, K., & Widdowson, M. (2008). From client process to therapeutic relating: a critique of the process model and personality adaptations. TAJ, 38, 3, 218-232.

Il cambiamento verso la crescita

Le origini

Berne (1964b) sosteneva che l’uomo avesse tre possibilità di apportare qualche cambiamento al proprio copione di vita: la psicoterapia, la casualità (destino) e la forza dell’amore (definita da Zenone “physis”). Per riassumere l’uomo può essere considerato come un insieme di energie dinamiche. Energie tendenti a ristabilire l’equilibrio, a diminuire le tensioni e a evitare di creare problemi a se stesso, agli altri o all’ambiente che lo circonda (Berne, 1968).

La spinta al cambiamento

Gli individui sono spinti verso il cambiamento: dall’insoddisfazione del comportamento, del pensiero o dei sentimenti che li animano; dal desiderio di comportarsi, pensare o percepire in modo diverso dal passato; e dalla ricerca di carezze (Woollams & Brown, 1978). Proprio quest’ultima rappresenta una delle motivazioni di base, seconda solo al bisogno dell’individuo di confermare i modelli mentali su cui fonda la sua sicurezza e in funzione dei quali si crea delle aspettative rispetto al mondo rafforzando le sue connessioni sinaptiche. È attraverso l’obbedienza che i bambini ottengono carezze dai genitori e per via dell’uniformità con la quale le ricevono in famiglia, crescono con la convinzione che quei dettati psicologici siano anche quelli del mondo in senso lato (Klein, 1983).

Il cambiamento nella stanza di terapia

Proprio proiettando l’importanza di ricevere carezze al contesto terapeutico possiamo capirne la doppia utilità: da un lato, le carezze date dal terapeuta o dal gruppo come risposta ad un comportamento nuovo dell’individuo rappresenteranno per lui uno sprone a continuare a comportarsi in modo diverso dal suo copione, dall’altro avrà la possibilità di allontanarsi dai vecchi schemi, in quanto, se le carezze sono disponibili il paziente pur di continuare ad averne, potrebbe fare quasi tutto, persino cambiare (Woollams & Brown, 1978).

Basandoci su questi presupposti teorici e sulle prime concettualizzazioni di Berne (1961; 1964b) in merito, si può affermare che lo scopo del lavoro terapeutico in Analisi Transazionale sia la conquista di una comunicazione diretta tra la componente affettiva e quella cognitiva della personalità come affermato da James e Jongeward (1971). In questo modo il cambiamento può essere rappresentato come un continuum in cui corpo, pensieri, emozioni e comportamento si manifestano e si muovono costantemente, verso la riattivazione del processo trasformativo (Cavallero, 1998; 1999) in favore della funzionalità dell’A Integrante.

Quando ho intrapreso il percorso personale di terapia, ho provato un senso di gratitudine nei confronti del mio terapeuta che per primo mi ha mostrato le mie capacità nel compiere delle scelte per modificare la mia vita. Come professionista, tendo a far leva sulla parte sana di ogni paziente e sulla possibilità di ognuno di riconoscere il suo personale bisogno di ampliare o riattivare le facoltà decisionali di cui è in possesso, ma che non riesce ad utilizzare in modo costruttivo per se stesso.

Bibliografia

  • Berne, E. (1961). Analisi Transazionale e Psicoterapia. Roma: Astrolabio, 1971.
  • Berne, E. (1964b). A che gioco giochiamo. Milano: Tascabili Bompiani, 2004.
  • Berne, E. (1968). Guida per il profano alla Psichiatria e alla Psicoanalisi. Roma: Astrolabio, 1969.
  • Cavallero, G. C. (1998). La decontaminazione. In: Novellino, M. (1998). L’approccio clinico dell’analisi transazionale. Milano: Franco Angeli.
  • Cavallero, G. C. (1999). Il cambiamento atteso durante la fase di decontaminazione. Costellazioni, 3, 19-25.
  • James, M., & Jongeward, D. (1971). Nati per vincere. Milano: Edizioni San Paolo, 1987.
  • Klein, M. (1983). L’autoanalisi transazionale. Roma: Astrolabio, 1984.
  • Woollams, S., & Brown, M. (1978). Analisi Transazionale. Assisi: Cittadella, 2003.

La fame di contatto

Con lo scopo di comprendere e approfondire ulteriormente i modi in cui i miei pazienti si relazionano con me e con gli altri, mi soffermo anche sulla comunicazione che mettono in atto attraverso il loro modo di dare e ricevere “carezze”, utilizzando il termine nell’accezione classica dell’Analisi Transazionale, cioè come mezzo per essere riconosciuti dagli altri. Per quanto riguarda le carezze, Berne (1961) ha denominato “fame” questi bisogni biologici e psicologici di riconoscimento che l’uomo cerca, come può, di soddisfare, a volte preferendo le carezze negative all’assenza delle stesse. Secondo Steiner (1974), infatti, quando un bambino vive in un contesto in cui non è presente un libero scambio di carezze positive, pur di averne si accontenta anche di quelle negative. Queste forme di riconoscimento sia positive che negative, alla pari del contatto fisico, esercitano una stimolazione cerebrale sul bambino che per mezzo di esse sente di esistere per le persone che lo circondano (James & Jongeward, 1971).

Le carezze possono essere classificate secondo la modalità di espressione in: fisiche; verbali; mimiche o non verbali. Secondo la direzione, possono essere: condizionate, se elargite come conseguenza di un comportamento; incondizionate, se elargite per il modo di essere della persona. A seconda dell’intento che anima chi le offre: positive, se recano un messaggio “tu sei ok”; negative, se portano un messaggio “tu non sei ok”. Secondo l’esito: costruttive, quando producono un aumento del senso di Okness del ricevente; improduttive, quando non apportano alcuna crescita; distruttive, quando aumentano il senso di non – Okness del ricevente.

Tra queste diverse tipologie di carezze, quelle riguardanti modalità, direzione e intento sono determinate da chi le offre, mentre solo l’esito è determinato da chi le riceve (Moiso & Novellino, 1982) ed è quindi soggetto ad interpretazione. Lo scambio di carezze costituisce una transazione fondamentale del rapporto sociale in quanto fin dalla più tenera età (Berne, 1964a) esse possono essere dirette a uno qualsiasi degli Stati dell’Io del bambino. Con il passare del tempo e la ripetizione delle carezze, lo Stato dell’Io che ne ha ricevute di più diventerà quello dominante nel funzionamento dell’individuo (Klein, 1983).

Sempre il bisogno di stimoli, quindi di contatto e relativi rapporti, porta ad esigere che si stabiliscano situazioni e relazioni in cui le carezze possano essere scambiate attraverso la strutturazione del tempo (Woollams & Brown, 1978). Nella pratica clinica analizzando questi sei modi di strutturare il tempo, con i propri vantaggi e svantaggi, ho avuto la possibilità di comprendere meglio i rapporti interpersonali dei miei pazienti.

Mediante l’isolamento l’individuo può allontanarsi dagli altri mentalmente o fisicamente, affidandosi a se stesso come unica fonte di carezze. I rituali sono scambi transazionali perfettamente prevedibili e schematizzati, che possono essere informali o rispondenti a ben precisi cerimoniali (Berne, 1964a). I passatempi sono transazioni complementari semiritualistiche che rappresentano il procedimento abituale di selezione sociale che precede i giochi e l’intimità. L’attività è il modo più diffuso, comodo, utile e conveniente di strutturare il tempo (Berne, 1961) in quanto l’energia della persona è diretta verso oggetti, compiti, o idee (Woollams e Brown, 1978) attraverso cui egli tenta di gestire la propria realtà esterna nel migliore dei modi (Harris, 1967).

Proseguendo invece per quanto riguarda i modi in cui viene soddisfatta la fame di struttura, il gioco rappresenta una serie progressiva di scambi ripetitivi, volte ad ottenere un risultato ben definito e prevedibile, mediante la collezione di carezze negative (Berne, 1972). Esso comporta sempre, per chi vi partecipa, uno scambio di svalutazioni a livello psicologico e un ben definito tornaconto (Stewart & Joines, 1987). L’intimità è una relazione disinteressata che si basa su un dare e un ricevere, privo di ipocrisia e di forme di sfruttamento reciproco (Berne, 1964a); comporta uno scambio libero e aperto di sentimenti, pensieri e vissuti (Moiso & Novellino, 1982) tra individui, e veniva considerata da Berne (1964b) uno degli obiettivi di ogni terapia.

Boyd e Boyd (1980) suggeriscono l’aggiunta del “Play” (divertimento) come scalino successivo al gioco, vista la troppa distanza e differenza di transazioni tra quest’ultimo e l’intimità. Il divertimento permette di collezionare carezze positive, può essere ottenuto individualmente o tra più persone e può rappresentare un tentativo di avvicinamento che permette all’individuo di capire se può e/o vuole diventare intimo con una delle persone con cui si sta divertendo (Boyd & Boyd, 1980).

Bibliografia

  • Berne, E. (1961). Analisi Transazionale e Psicoterapia. Roma: Astrolabio, 1971.
  • Berne, E. (1964a). “Ciao!”… e poi? Milano: Bompiani, 2005.
  • Berne, E. (1964b). A che gioco giochiamo. Milano: Tascabili Bompiani, 2004.
  • Boyd, L. W., & Boyd, H. S. (1980). Play as a time structure. TAJ, 10, 1, 5-7.
  • Harris, A. T. (1967). Io sono OK, Tu sei OK. Milano: Biblioteca Universale Rizzoli, 1986.
  • James, M., & Jongeward, D. (1971). Nati per vincere. Milano: Edizioni San Paolo, 1987.
  • Klein, M. (1983). L’autoanalisi transazionale. Roma: Astrolabio, 1984.
  • Moiso, C., & Novellino, M. (1982). Stati dell’Io. Roma: Astrolabio.
  • Steiner, C. M. (1974). Copioni di vita. Milano: Edizione La Vita Felice, 2008.
  • Stewart, I., & Joines, V. (1987). L’Analisi Transazionale. Milano: Garzanti editore, 1996.
  • Woollams, S., & Brown, M. (1978). Analisi Transazionale. Assisi: Cittadella, 2003.

La diagnosi in Analisi Transazionale

Nel panorama analitico transazionale la diagnosi si basa sull’analisi di quattro diversi punti di vista: strutturale, funzionale, motivazionale e cognitivo emotivo-corporeo o copionale. Nessuno di questi però, preso singolarmente risulta esauriente per una completa valutazione del disagio del paziente.

Il punto di vista strutturale è caratterizzato dall’analisi della struttura dei singoli stati dell’Io. Essa si basa sulla concettualizzazione che gli Stati dell’Io si sviluppino, a partire dall’evoluzione di G1, A1 e B1 contenuti in B2, man mano che i bambini ampliano le loro relazioni interpersonali ed entrano in contatto col mondo sociale. Nella condizione sana di autonomia – tra i tre stati dell’Io – è l’A2 che detiene il potere esecutivo, cioè la capacità di controllare e determinare il comportamento dell’individuo. Nella condizione opposta, la patologia risiede nell’organizzazione e nell’interazione dei sottosistemi e prende la forma della contaminazione e dell’esclusione.

La prospettiva funzionale, sostiene l’importanza degli scambi relazionali che l’individuo intrattiene fin dalla nascita. Attraverso le posizioni esistenziali, i giochi e i ricatti, il paziente ripropone, nella sua quotidianità, sempre gli stessi modi di interagire col prossimo nel tentativo di continuare a confermare le decisioni di copione inizialmente prese. Uno degli scopi dell’AT è quello di facilitare la riconquista della posizione Io sono ok – Tu sei ok intesa come vissuto obiettivo delle capacità e dei limiti propri ed altrui (Berne, 1961; Moiso & Novellino, 1982).

Il punto di vista motivazionale consiste nell’individuare i bisogni, i desideri e le aspirazioni frustrate del paziente, che si ripresentano oggi attraverso i suoi sintomi. Viene, quindi, presa in considerazione la “fame di contatto” come spinta motivante primaria. Crescendo e aumentando le esperienze di sé in contatto con l’altro, subiscono un ampliamento anche le sensazioni ambivalenti rispetto al contatto. Il paziente finisce, quindi, col ricorrere ad un compromesso che trasformerà la fame di stimolo infantile, in fame di riconoscimento (Berne, 1964b); da adulti si desidera ancora un contatto fisico, ma si tende a sostituirlo (Stewart & Joines, 1987) mediante carezze simboliche. Oltre alle fami, è la physis a spingere gli uomini all’autonomia attraverso: la consapevolezza di ciò che sta loro accadendo; la spontaneità, intesa come tendenza ad agire in modo congruente con i propri pensieri; e l’intimità, come capacità di interagire con gli altri in maniera autentica (Berne, 1961).

Il quarto punto di vista è quello copionale, tenendo presente questa prospettiva, il disturbo trova le sue radici nelle incongruenze e nelle strategie di adattamento che si sono irrigidite nel copione messo in atto e confermato quotidianamente dal paziente (Cavallero, 1998). La teoria del copione si basa sulla concezione che il soggetto si costruisca attraverso una storia (Tosi, 1993) e la utilizzi per cercare di mantenere immutato il proprio sistema cognitivo, emotivo e anche il proprio ambiente, che in questo modo diventa prevedibile e rassicurante (Romanini, 1987). Esso rappresenta un dramma recitato compulsivamente che (James & Jongeward, 1971) solo grazie al processo di rimodellamento evita di diventare per l’individuo un limite esistenziale (Del Monte, 2007). Mediante l’analisi di questi punti di vista, il paziente insieme al terapeuta può diventare consapevole di come si relaziona col mondo esterno preparando il terreno che, passando per la consapevolezza delle proprie dinamiche (decontaminazione), lo porti a nuove decisioni che prenderanno il posto di quelle copionali prese nel lì e allora, lontane dalla situazione di vita in cui il paziente si trova attualmente (deconfusione) (Cavallero, 2006).

Bibliografia

  • Berne, E. (1961). Analisi Transazionale e Psicoterapia. Roma: Astrolabio, 1971.
  • Berne, E. (1964b). A che gioco giochiamo. Milano: Tascabili Bompiani, 2004.
  • Cavallero, G. C. (1998). La decontaminazione. In: Novellino, M. (1998). L’approccio clinico dell’analisi transazionale. Milano: Franco Angeli.
  • Cavallero, G. C. (2006). Processi inconsci e AT. Teoria e metodologia. Relazione presentata al  7° Convegno Italiano di Analisi Transazionale SIAT. Roma, 8-10 dicembre 2006. Roma: SIAT.
  • Del Monte, M. (2007). L’Analisi Transazionale con i bambini. Assisi: Cittadella.
  • James, M., & Jongeward, D. (1971). Nati per vincere. Milano: Edizioni San Paolo, 1987.
  • Moiso, C., & Novellino, M. (1982). Stati dell’Io. Roma: Astrolabio.
  • Romanini, M. T. (1987). Contratto di <<liberazione dal copione>> e contratto di <<analisi di copione>>. Rivista italiana di Analisi Transazionale, VII, 12-13, 13-24.
  • Stewart, I., & Joines, V. (1987). L’Analisi Transazionale. Milano: Garzanti editore, 1996.
  • Tosi, M. T. (1993). Copione e cambiamento: una prospettiva narratologica. Polarità, 7, 3, 409-416.

L’ascolto che cura attraverso il contratto

Partendo dal presupposto che gli essere umani nascano in una posizione “sana” da cui poi si allontanano come conseguenza di traumi quotidiani, tutti hanno la possibilità di imparare a prendere le proprie decisioni ed esprimere i propri sentimenti (James & Jongeward, 1971). Nonostante le difficoltà del momento, il paziente è quindi in grado di autodeterminare il proprio futuro e definire gli obiettivi che riconosce come importanti (Romanini, 1999).

L’Analisi Transazionale viene definito un approccio di natura contrattuale, in cui terapeuta e paziente si mettono in gioco per delineare insieme la meta verso cui procedere (Berne, 1966). Compito del terapeuta è quello di sostenere chi ha di fronte nel capire come finora si è bloccato dal risolvere da solo i propri problemi (Novellino, 1998).

Il contratto può focalizzarsi sul cambiamento di uno specifico comportamento che interferisce con un adattamento soddisfacente per il paziente; oppure può mirare a ristabilire la consapevolezza, la spontaneità e l’intimità. Il contratto professionale come contenuto, stabilisce le mete del cambiamento. Nonostante sia il terapeuta che il paziente inizialmente entreranno nel rapporto con uno scopo manifesto, ve ne sarà anche uno latente di tipo psicologico. Il contratto psicologico, infatti, riguarda i possibili messaggi ulteriori che il terapeuta ha il compito di esplicitare per fare fronte ai sabotaggi in cui il paziente potrebbe incorrere, cosicché entrambe le parti potranno valutare il programma nascosto a fronte della realtà (Stewart & Joines, 1987).

Per distinguere un contratto, è utile la classificazione proposta da Holloway (1977) secondo cui esso può essere di controllo sociale o di autonomia. Il primo si focalizza sul cambiamento di uno specifico comportamento che interferisce con un adattamento soddisfacente per il paziente; il secondo mira a mettere fine al copione della persona e a ristabilire la consapevolezza, la spontaneità e l’intimità.

Il cambiamento a cui solitamente miro, insieme ai pazienti deve essere sicuro, raggiungibile, specifico, osservabile, espresso in termini positivi e con un linguaggio chiaro, rispecchiare un bisogno autentico della persona ed essere congruo con il sistema di valori proprio del paziente (Stewart & Joines, 1987).

Bibliografia

  • Berne, E. (1966). Principi di terapia di gruppo. Roma: Astrolabio, 1986.
  • Holloway, W. H. (1977). Transactional Analysis: an Integrative View. In: Barnes, G. (Ed.) (1977), Transactional Analysis after Eric Berne. New York: Harper and Row. (trad. it. Analisi Transazionale: un punto di vista integrativo, in P. Scilligo, & M. S. Barreca (Eds.). Gestalt e Analisi Transazionale: Principi e tecniche I. Roma: LAS, 1981). 
  • James, M., & Jongeward, D. (1971). Nati per vincere. Milano: Edizioni San Paolo, 1987.
  • Novellino, M. (1998). L’approccio clinico dell’Analisi Transazionale. Milano: Franco Angeli.
  • Romanini, M. T. (1999). Costruirsi persona. Milano: Edizioni La Vita Felice.
  • Stewart, I., & Joines, V. (1987). L’Analisi Transazionale. Milano: Garzanti editore, 1996.

La relazione terapeutica

Pur tenendo presenti le teorie dell’attuale panorama AT, nella concezione di relazione terapeutica che influenza il mio modo di lavorare con i pazienti, mi rifaccio soprattutto a Berne (1961). Egli ha descritto i processi relazionali che si sviluppano in seduta mediante tre diverse fasi dell’alleanza. Durante la prima, il paziente valuta il terapeuta come un G potenziale; nella seconda, il B del paziente “divorzia” dal proprio G e accetta l’A del terapeuta – all’inizio percepito erroneamente come G – come un sostituto; nella terza, il B del paziente accetta il proprio A come un sostituto dell’A del terapeuta.

Partendo dal principio che ogni paziente che chiede di essere sostenuto nel suo percorso di crescita abbia un A almeno in parte funzionante, la concettualizzazione della relazione terapeutica in AT si basa su quello che viene definito il doppio Okness. Quindi, fin dalla prima seduta mi predispongo all’incontro con un altro A disponibile a lavorare con me alla pari, pronto a rivedere e verificare in maniera continua lo stato del suo percorso durante le diverse tappe del processo di trattamento. Il professionista che vuole creare un rapporto profondo con il proprio paziente non si dovrebbe quindi sostituire a lui, bensì fungere da testimone e facilitatore del processo (McClure Goulding & Goulding, 1979) di crescita del pazinete; più il terapeuta sarà attivo, coinvolto e pronto a fornire carezze da una posizione Io sono Ok, Tu sei Ok, più sarà facile per il paziente reagire intensamente (Woollams & Brown, 1978). In questo modo il terapeuta proporrà una relazione aperta, orientata al processo e sintonizzata empaticamente con il mondo esperienziale del paziente, offrendo un terreno fertile in cui avranno luogo modificazioni dalle potenzialità curative (Rogers, 1977).

L’esperienza emozionale intersoggettiva tipica della relazione terapeutica, sfrutta la comunicazione emozionale creativa che avviene al suo interno, per raggiungere la consapevolezza dei modelli inconsci espressi nel comportamento non verbale del paziente e condurlo a sviluppare una capacità di comprensione e gestione di ciò che continua a ripetere in tutte le sue relazioni (Leone Guglielmotti, 2007).

Il paziente per merito del rapporto sano creato col terapeuta e della modificazione delle sue strutture interiorizzate, potrà scoprire di avere la possibilità di entrare in relazione con se stesso e con gli altri in modo diverso da quello copionale. Questo processo permetterà ad entrambi, terapeuta e paziente, in quanto A alla pari, di crescere e cambiare grazie proprio al processo di sostegno che insieme portano avanti (Little, 2006). Quando si raggiunge una relazione di tale qualità, essa stessa, diventa “la cura” e permette di riorganizzare la conoscenza relazionale implicita sia del paziente che dell’analista (Leone Guglielmotti, 2007).

Ho riscontrato che la focalizzazione del lavoro terapeutico sulla relazione stessa, insieme all’analisi degli Stati dell’Io costituisce a tutti gli effetti uno dei modi che possono essere utilizzati in campo clinico per affrontare il bisogno di relazioni che deriva dalla perdita del contatto interno con alcune parti del Sé (Erskine, 1980). Attraverso una ricerca di informazioni sui bisogni relazionali che alcuni pazienti ritengono insoddisfatti, su come reagiscono e, soprattutto, su come possono imparare a soddisfare i loro bisogni relazionali attuali (Erskine & Trautmann, 1996), loro possono riuscire, sentendosi accolti e accettati, ad analizzare insieme al terapeuta le dinamiche che mettono in atto nei rapporti nel qui ed ora.

Bibliografia

  • Berne, E. (1961). Analisi Transazionale e Psicoterapia. Roma: Astrolabio, 1971.
  • Erskine, R. (1980). Script Cure. TAJ, 2, 102-106. (trad. it. Cura comportamentale intrapsichica e fisiologica del copione, aT, 14, 35-40).
  • Erskine, R. G., & Trautmann, R. (1996). Methods of an integrative psychotherapy. TAJ, 26, 1996, 316-28.
  • Leone Guglielmotti, R. (2007). Relazione reale e comunicazione emozionale creativa quale cura per il cambiamento nell’inconscio protocollare. Atti del Convegno SIAT. Roma, 12-13 maggio 2007. Roma: SIAT.
  • Little, R. (2006). Ego State relational units and resistance to change. TAJ, 36, 1, 7-19 (trad. it. Unità relazionali di Stati dell’Io e resistenza al cambiamento, in C. Chiaperotti (Ed.). Quaderni di psicologia, analisi transazionale e scienze umane, 2006, N. 46).
  • McClure Goulding, M., & Goulding, R. L. (1979). Il cambiamento di vita nella Terapia Ridecisionale. Roma: Astrolabio, 1983.
  • Rogers, C. (1977). Potere personale: La forza interiore e il suo effetto rivoluzionario. Roma: Astrolabio, 1978.

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