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Dietro le quinte della dipendenza affettiva

L’utopia dell’indipendenza assoluta

Partiamo col dire che l’indipendenza pura non è né possibile né auspicabile. Siamo e saremo sempre “essere sociali”, ma la dipendenza dall’altro, non il semplice ricercare un appoggio, può arrivare a diventare patologica.

La dipendenza affettiva colpisce quasi esclusivamente le donne (99%). Ci è toccato rappresentare il “sesso debole” per troppo tempo per poter credere di riuscire a scampare ad una dipendenza del genere.

La persona dipendente, che chiameremo per facilitare il discorso Andrea, ha dei tratti caratteriali ben definiti. Nel descrivere Andrea ve la presento:

  • soffre di una forte carenza di autostima che si basa su un forte senso di inadeguatezza;
  • crede di valere poco o nulla fuori dal suo ruolo di compagna/amica fedele e devota;
  • ha sempre bisogno di essere rassicurata;
  • vive nel terrore che l’altro la “abbandoni”;
  • si comporta come se non fosse meritevole di amore e attenzioni, e non chiede nulla per sé perché ha paura di stancare l’altro;
  • vive in funzione dell’altro e delle sue necessità, in una condizione di cronica assenza di reciprocità;
  • crede che occupandosi continuamente ed esclusivamente del partner la loro relazione diventerà stabile e duratura.

Relazione disfunzionale

Con il passare del tempo, ripetendo e rinforzando questi comportamenti in diversi rapporti sia d’amore che d’amicizia, Andrea finirà per dimenticare cosa vuole e chi è e si comporterà come un’estensione dell’altro, facendo proprie le altrui richieste, bisogni e interessi e mostrando in questo modo dei confini di sé labili e sfumati. Andrea non si rende conto perché forse non l’ha mai sperimentato, che l’amore si basa sulla spontaneità, la condivisione e l’intimità in uno scambio continuo e un accrescimento costante e reciproco. Come in ogni rapporto, se sono solo io che ti cerco il nostro non è né amore, né amicizia, il nostro rapporto è un’illusione, un’illusione solo mia, in quanto ogni rapporto per essere tale si dovrebbe basare sulla reciprocità e sulla condivisione, di due individui con progettualità comuni e stessa volontà di rendere felice l’altro.

Nel Paradiso della relazione perfetta di cui Andrea crede di far parte, lei svaluta o giustifica gli atteggiamenti di rifiuto del partner. Lui si comporta in maniera sfuggente o estremamente bisognosa in quanto schiavo di altre dipendenze. Questo tipo di rapporti porta da sempre Andrea a investire molte energie sull’altro di turno e ben poche su di sé, ciò la condurrà a mascherare tale dipendenza affettiva dietro ai disturbi d’ansia e somatizzazioni.

Ora lasciamo tornare Andrea alle sua relazione paradisiaca e discutiamone…

La coppia sana

Udite udite… I rapporti si basano sugli scambi, verbali e non verbali, sulla condivisione di emozioni, di pensieri e di esperienze, si basano sull’importanza dell’unicità di ogni membro della coppia. Una coppia è sana e forte se i membri che la formano sono altrettanto forti caratterialmente, ciò non significa essere perfetti, né non aver bisogno di nulla, ma vuoi dire essere disponibile per l’altro, ma tenendo sempre presenti noi stessi. Se non amo me stesso, chi potrà amarmi?

Coltivate la vostra autostima, autostima non è una parolaccia, date valore alle vostre necessità, se non ricordate di cosa avete bisogno allora impegnatevi a riscoprire voi stessi, i vostri interessi e le vostre qualità, sperimentatevi nel vivere (che è ben diverso dal sopravvivere) e fate concretamente ciò che vi piace e vi gratifica. La vostra felicità non ha prezzo…

Ansiosa-Mente

Non solo Ansia

La persona ansiosa è come un’amante dell’arte che entra in un museo…

fa il suo giro senza guida. Passa di fronte ad ogni quadro, lo osserva e se ne allontana per passare al successivo. Poi, di fronte al quadro più importante del museo, si siede sulla panchina e si ferma ad osservarlo. Il quadro è grande, pieno di personaggi variegati e dipinti con bei colori. I protagonisti hanno espressioni facciali particolari dipinte sui volti e lei sta lì immobile e continua a guardare…

Immaginate ora che quel quadro e i suoi personaggi possano prendere vita… Immaginate che le loro vite vadano avanti e che invece il nostro protagonista, quello sulla panchina, continui a restare immobile, silenzioso osservatore delle vite altrui, che seppur lo interessano, non lo incuriosiscono abbastanza da tentare di vivere allontanando la paura e l’idea che  e lui lo facesse qualcosa di brutto potrebbe succedere.

Ora di sicuro se sto fermo, chiuso in casa, posso controllare e limitare le cose brutte o i brutti incontri che potrei fare, ma se sto fermo e chiuso in casa evito e limito anche tutto ciò che di bello potrebbe accadermi nella vita, evito la vita, la lascio scorrere e questo non può aiutarmi.

Questa è la persona ansiosa, una persona che è vittima di se stessa e dei suoi blocchi emotivi attraverso i quali non si permette di affrontare la vita sperimentando le proprie paure, ma preferisce tenersi in disparte ed osservare le vite altrui in modo da aggiungere altri elementi al suo album dei rimpianti.

Oltre l’Ansia

Il segreto sapete qual è? che ogni persona ansiosa ha tutti i mezzi e le competenze necessarie per affrontare la vita e superare le proprie ansie, non ha bisogno di null’altro…

L’ansia infatti può essere combattuta con semplici metodi:

  • non parlando dell’ansia (per evitare di rinforzarla mettendo “altra carne al fuoco” e produrre effetti contrari);
  • affrontando da solo ciò che lo spaventa  e preoccupa (quando si chiede aiuto gli altri ce ne danno perché ci vogliono bene, ma facendolo insinuano in noi il tarlo che senza di loro non ce l’avremmo fatta, e ciò porta a svalutare noi stessi e le nostre competenze);
  • affrontando ciò che ci spaventa, invece di evitarlo (la paura si combatte con il coraggio);
  • ascoltando noi stessi, i nostri pensieri, le nostre emozioni, potremo capire la nostra ansia e il suo funzionamento, e comprendere ogni giorno qualcosa in più su noi stessi e su come ci blocchiamo dal migliorare.

Buon lavoro a tutti!

Il terrorismo del “Blue Whale”

Gioco?

Si è detto e scritto tanto sull’argomento, sul “gioco”, ma anche io vorrei dire la mia.

Mi guarderò bene dal definirlo “gioco” perché alla base di un gioco c’è il divertimento reciproco, cosa che ovviamente in questo “attentato alle vite” di 157 ragazzi, è stato unilaterale. L’uomo che è stato arrestato, hanno detto fosse uno psicologo… Credo che qualsiasi “uomo” che abbia ideato questo scenario non sia degno di essere definito con un ruolo che dovrebbe rimandare al sostegno dell’altro… Ma soprattutto non è degno di essere definito “uomo”.

Le persone fragili, soprattutto se in fase pre-adolescenziale e adolescenziale, hanno una carente autostima, un forte bisogno di sentirsi riconosciuti e un forte bisogno di appartenere ad un gruppo… Hanno bisogno di sentirsi considerati, amati e gratificati.

A mio avviso questo era puro e semplice “terrorismo” infatti la condivisione dei filmati e delle foto che confermano le fragilità e le morti di questi ragazzi, li ha messi alla mercé di altri adolescenti fragili che ora, spaventati potrebbero credere che chiunque potrà riuscire ad influenzarli…

Dlin Dlin ragazzi ho un messaggio per voi…

  • Qualsiasi cosa succeda dentro o fuori di voi confrontatevi, con gli adulti o con i coetanei, ma parlatene, datevi la possibilità di capire le situazioni ascoltando anche il parere degli altri;
  • Valutate le alternative sempre, il mondo non è bianco o nero, ma ha una serie infinita di sfumature e colori… sperimentateli tutti, cercando di fare il vostro bene;
  • Proteggetevi dalle persone o dalle situazioni che vi fanno del male, a qualsiasi livello;
  • Circondatevi di persone simili a voi, ma anche di persone molto diverse, è soprattutto da questi confronti che si giunge alla crescita;
  • Se avete dei problemi che dipendono da voi e che voi potete risolvere, fatelo, uno per volta però… non affaticatevi;
  • Cercate di ricaricare le vostre energie facendo cose che vi rendano felici: ascoltare musica, leggere, fare passeggiate, mangiare qualcosa di buono, stare con le persone che vi vogliono bene, progettare la vostra vita sulla base di obiettivi raggiungibili;
  • Amate e permettete agli altri di amarvi e starvi accanto, l’amore in tutte le sue forme, arricchisce sempre;
  • Accettate di essere chi siete, con le vostre idee, i vostri pensieri, le vostre emozioni, voi siete unici e speciali, non credete a chi vi dice il contrario o a chi vi svaluta;
  • Il tempo passerà e ciò che provate oggi cambierà, non abbiate fretta, datevi il tempo di crescere;
  • Dite no alla violenza;
  • Sostenete il rispetto e la gentilezza;
  • Voi non siete solo il nostro domani, voi siete il futuro…

Buon cammino.

 

“tana per papà dietro la siepe!”…

Papà buono o cattivo?

Si discute molto su quanto i papà possano rappresentare delle figure abbandoniche, periferiche e inevitabilmente logoranti per la vita del figlio, maschio o femmina che sia. Un padre assente per il figlio maschio gli nega la possibilità di prenderlo a modello. Ciò gli lascerà durante la crescita molti dubbi sul suo essere UOMO e comportarsi come tale. Un padre assente per la figlia femmina le negherà la possibilità di sentirsi amata dall’uomo più importante della sua vita. Ciò se lo trascinerà nella scelta degli uomini con cui si accompagnerà negli anni avvenire.

Non credo ci sia bisogno di dire, ma lo faccio, che un padre può essere assente, anche se torna a casa ogni sera. Esistono infatti molti abbandoni che i figli possono vivere: dall’uscita del padre da casa, al disinteresse dello stesso alla vita del figlio, alla noncuranza nei confronti dei suoi bisogni.

Un papà, non può far numero…

Ragionavo quindi, su quanto poco si parli invece dei padri presenti. Quei padri attenti e disponibili che con il loro esserci, si trasformano insieme a mamma da due individui che hanno deciso di avere un figlio, ad una famiglia…

Torniamo a parlare di questo uomo, questo padre che nonostante la fatica dopo il lavoro trova la forza per giocare con i figli, per aiutare la moglie in casa, per non fare mancare attenzioni ed affetto a nessuno. Spesso viene svalutato, spesso gli viene detto che semplicemente “aiuta la mamma”, ma ci si dimentica che lui sta esercitando la sua paternità. Proprio come una donna esercita la sua maternità sacrificandosi per i figlio e facendo per lui cose indicibili, allo stesso modo può farlo anche un uomo ed è bello vederlo succedere. Forse vi sembra che parli di questo uomo-eroe-papà come se fosse un essere mitologico, ma vi assicuro, croce sul cuore che ne ho visti molti di uomini così… e per fortuna direi!

Un uomo davvero GRANDE

Infatti è proprio bello vedere un uomo grande e grosso giocare con i figli, è bello vedere che si “fa piccolo” su un lettino da mare e non si muove perché il figlio si è addormentato accanto a lui e lui non vuole svegliarlo, è bello vederlo giocare al meccanico o stare seduto al tavolo delle principesse a far finta di prendere il the… è bello vedere un padre che gioca a nascondino e che fa finta di perdere per far felici i figli.

Il mio plauso va a questi padri che quando i figli crescono non smettono, come non smettono le madri, di essere un punto di riferimento. Restano qualcuno con cui discutere i problemi e le prospettive future, qualcuno con cui poter festeggiare le vittorie, qualcuno che c’è nonostante gli errori, perché i figli di errori ne faranno sempre… Ma grazie alla presenza di un padre e una madre accoglienti e contenitivi moltissime cose possono essere risolte…

Tutti meritano un padre in questo modo, un padre presente, un padre costante nel suo essere accanto ai figli… Spero che riusciate ad essere questo tipo di padri per i vostri figli. Spero che voi donne riusciate a trovare un uomo di tale calibro per i vostri futuri figli… La mia conclusione è questa: esistono pessimi padri, ma ne esistono di stupendi e forse sarebbe utile parlare di più. Tutti avremmo meritato un padre così… Un padre a cui vengono gli occhi lucidi mentre guarda il filmino del matrimonio dei figli… lo auguro ad ognuno di voi… ad ognuno di noi…

L’Autonomia

Io sono autonoma

Vi capita di sentire persone che a gran voce dicono di essere “autonome”? Di solito quando mi capita mi rendo conto che stanno utilizzando quella definizione per dar sfoggio di sicurezza, forza e compagnia bella. Chi si definisce “autonomo” ha la necessità di difendersi da ciò che crede possa essere minaccioso per la sua integrità emotiva e per il mantenimento dei suoi schemi mentali, formati e rinforzati dal momento della nascita.

Immaginate… 

Io voglio farvi credere di essere più forte di ciò che sono, nel senso, ho bisogno di crederlo e ho bisogno che voi lo crediate. A quel punto dico che non mi serve nulla, che “SONO AUTONOMA”, questa è la formula magica e appena la dico voi vi allontanate. In questo modo io ho raggiunto il mio obiettivo, stare sola e fare le cose a modo mio. Le formule magiche possono anche essere diverse tipo “non c’è problema”, “non fa niente, lascia stare”. Quasi sicuramente però poi penserò che una mano potevate darmela, che non avete insistito abbastanza per convincermi, che siete degli egoisti! Isolandomi mi rafforzo e rafforzo in me e in voi la credenza che io sono davvero autonoma. Se voi siete lontani da me, io mi sento più sicura perché la lontananza non vi permette di rendervi conto dei miei difetti.

Quindi facendo in modo che vi allontaniate grazie alla formula magica, io non vi permetto di vedermi davvero per quello che sono. Mi proteggo, da voi. Ma io chi sono? Sono una persona fragile che nel suo farsi e sentirsi sola trova la sua forza. La forza non mi viene dall’autonomia, ma dal fatto che allontanandovi da me io vi controllo. Mi difendo da voi e prevengo il vostro eventuale futuro abbandono. Perché parliamoci chiaro, non c’è dubbio, voi sicuramente mi abbandonerete. Forse sono una persona vuota e insensata e soprattutto vi ho preso in giro perché non sono così autonomo come ho cercato di farvi credere…

Allora sapete che c’è? Prima che ve ne andiate voi, vi allontano io, tanto sto bene da sola. Perché quando sono sola non mi devo preoccupare di ciò che pensate, di quello che farete, posso pensare a me, di me stessa mi fido, di voi no.

Quindi autonomo è sinonimo di controllante?

Ora, descritta questa situazione, non vi sembra che l’autonomo più che autonomo sia in realtà una persona che ha bisogno di tenere sotto controllo l’altro? Allontanandolo, per difendersi ma anche perché tenere lontani gli altri è l’unica cosa che sa fare.

Ma la VERA persona autonoma esiste, ed ognuno di noi può diventarla senza utilizzare formule magiche o bere strane pozioni (in realtà alcuni lo fanno). La persona autonoma è quella persona che permette agli altri di avvicinarlo. Egli sa avere relazioni significative, ma riesce a stare bene ed a sentirsi completo anche se è solo. La persona autonoma non vive la solitudine come una punizione, ma come un momento per rilassarsi e ricaricarsi.

Ora che ci abbiamo ragionato sù, potete smettere di dire formule magiche e darvi un obiettivo.

La rabbia e l’effetto “vaso di Pandora”.

E vissero tutti arrabbiati e scontenti.

C’era una volta un luogo in cui ognuno avrebbe potuto essere felice, ma in cui le persone non si capivano… E dato che non si capivano finivano per provare molta rabbia l’uno con l’altro senza però esprimerla…

Arrabbiarsi o non arrabbiarsi questo è il problema. Oggi vorrei parlare con voi dell’argomento pericoloso: la rabbia.

La rabbia è una delle quattro emozioni principali: gioia, tristezza, paura e rabbia appunto. Tra le quattro si finisce sempre per fare un discorso e una divisione tra emozioni positive e negative… Discorso che non condivido, comunque in questa sede preferisco sorvolare… La rabbia neanche a dirlo rientra in quelle che sono socialmente poco accettabili e in quanto tali, da reprimere… Quante volte infatti sentiamo dire o diciamo: “non ti arrabbiare!”? Senza avere successo, perché ovviamente non è dicendo una frase del genere che l’altro imparerà, se ancora non l’ha fatto, a gestire questa emozione.

Vi dico subito che io non considero le emozioni come potenzialmente negative. Credo proprio che ogni emozione, se messa a tacere crea una sorta di effetto “vaso di pandora” che prima o poi sarà destinato a esplodere.

Rabbia conflittuale versus Rabbia aggregante

Esistono due tipi di rabbia: conflittuale e aggregante. L’una poco piacevole come poco piacevoli sono le conseguenze alle quali ci troveremo a far fronte e l’altra molto, ma molto più accettabile.

Quando una persona dice qualcosa e pur non essendo diretta a me io mi sento chiamata in causa, mi sento attaccata ed inizio ad arrabbiarmi. Decido però di non dirgli nulla. Mi dico: “se lui non ha avuto il coraggio di parlare in modo diretto con me perché dovrei farlo io?”. Lascio stare, sto zitta e vado a casa… Nel frattempo che non vedo questo amico la rabbia continua a montare e il “vaso di Pandora” continua a riempirsi.

Così succederà che inizierò a chiamarlo sempre meno. Lo saluterò a mezza bocca se lo incrocerò per strada. Quindi la rabbia a cui non ho saputo dare espressione finirà per creare una separazione sempre più netta tra me e l’altro. Sarà sempre più difficoltoso riconciliarsi e più passerà il tempo, più crederò di aver ragione. Sarò portata a cercare, nel comportamento dell’altro o nella sua assenza, ciò che me lo andrà a confermare.

Ma l’alternativa c’è!

Nella stessa situazione descritta sopra, quando mi sentirò attaccata e rimproverata, potrò decidere di non restare col dubbio. Potrò chiedere al mio amico: “quando parli di questo argomento a cosa o a chi ti riferisci in particolare?”. Se lui dirà “a nulla, oggi ne parlavamo durante la pausa caffè in ufficio!”. Allora, aver ascoltato la mia rabbia, aver deciso di non reprimerla, aver imparato a gestirla, mi porterà ad una serie di conseguenze positive. Infatti: ci saremo risparmiati un’arrabbiatura, non avremo perso un amico, e avremo salvato il “vaso di Pandora”. Questo tipo di rabbia non è una rabbia che crea conflitto e rotture, bensì mantiene rapporti e diventa aggregante. Se riuscissimo a gestire ogni giorno la nostra rabbia e a parlarne subito senza “collezionarla”, ascoltandola e lasciandole spazio, la vita sarebbe molto più semplice.

Tutto ciò che non dite, lo trattenete-bloccate dentro di voi. Se il cuore ha paura di esprimersi e il cervello sostiene che sia meglio evitare, il nostro corpo ci parlerà. Anzi, il corpo griderà cercando di attirare la nostra attenzione con tutta una serie di disturbi che andranno dall’ansia, all’attacco di panico, dal mal di schiena al mal di testa e via discorrendo.

Quindi il mio suggerimento è non abbiate paura di arrabbiarvi, piuttosto imparate a gestire la vostra rabbia. A comprenderla, ad ascoltarla per capire da dove arriva e qual è il suo obiettivo… solo voi potrete riuscirci! Fatemi sapere come vanno i vostri tentativi.

I prigionieri del carcere chiamato “cellulare”.

Chi l’avrebbe mai detto

Giornata particolare oggi… Ho distrattamente dimenticato il cellulare a casa, me ne sono accorta cinque minuti dopo essere uscita, ma non potevo tornare indietro a prenderlo. Ho avuto modo di fare una serie di considerazioni ed ho voglia di condividerle con voi insieme alle mie sensazioni ed ai miei pensieri.

La prima mezz’ora è stata strana senza il mio cellulare… Guidavo, ma guardavo continuamente il posto dove solitamente poggio il cellulare quando sono in macchina. Avevo un’ansia particolare. Mi dicevo che qualcosa sarebbe potuto succedere e io non avrei potuto chiedere aiuto. Avrei voluto fare qualche telefonata, ma ovviamente non potevo, quindi sono “stata” con il mio disagio. Ho ascoltato le mie sensazioni. Ho aspettato che si acquietassero ed ho iniziato a pensare. In questi primi 30 minuti ho provato una sensazione di smarrimento, mi sentivo persa ed ho avuto bisogno di mezz’ora per ritrovarmi…

E poi?

Mi sono lasciata prendere dalla musica, senza distrazioni, mi sono fermata in qualche negozio senza che nessuno mi chiamasse per dirmi che stavo facendo tardi… Ho chiacchierato con delle signore senza fretta, ho preso una tisana con una persona importante senza scocciature. Mi sentivo serena, sicura, azzardo un “felice”, sorridevo infatti. Mi ero abituata all’idea che tutto ciò che suonasse o vibrasse accanto a me non era mia preoccupazione. Sono andata a fare la spesa e nonostante non avessi la lista della spesa non ho dimenticato di comprare nulla.

Ecco cosa volevo dirvi: che strano mettere la spesa sulla cassa con due mani (invece che con una, visto che nell’altra c’è sempre il cellulare!). Con il passare delle ore il mio sorriso si è fatto sempre più stabile. Ebbene sì… 4 ore senza cellulare… Mi sono resa conto che conosco a memoria solo un numero di cellulare (eppure ho sempre avuto una gran memoria per i numeri!). Posso fare la spesa anche basandomi solo sulla memoria (era una vita che la facevo solo grazie agli appunti presi sul cellulare!). Sono ancora in grado di pensare… sì, infatti sapete cosa è successo? Non avendo il cellulare, mi sono data il tempo di pensare a cose e persone, di farmi venire delle idee, di ascoltare davvero la musica…

Cellulare nel bene e nel male…

Insomma, sono stata più con me stessa e meno con tutti gli altri… Sicuramente il telefono ci facilita in molte situazioni e ci rende più pratica e comoda la vita. Ci permette di stare sempre e costantemente in contatto con tutti. Ma della vita, molte cose belle ce le toglie in modo meschino e manipolatorio, e noi stiamo lì a comportarci da marionette. Intanto però perdiamo la capacità di godere di noi stessi, della vicinanza delle persone, delle situazioni, dei paesaggi…

Praticamente il cellulare ci rende più pratica una vita che però non ci permettiamo di vivere. Ho diverse applicazioni con cui alleno il cervello, ma oggi ho allenato molto di più il mio cervello senza avere in mano il cellulare… E sono stata felice di averlo dimenticato. Alla luce di questo ho deciso che da oggi mi concederò ogni giorno almeno tre ore senza il cellulare, ed approfitterò di questo tempo per dare importanza a me stessa, agli altri, a quello che sento e che penso!

Vi chiedo: voi riuscireste a stare 3-4 ore senza il vostro amato cellulare e senza i social? ci avete mai provato? allora provate a pensarci insieme a me… Magari ci incontreremo al bar a prendere un caffè e riusciremo a farci delle sane risate o dei bei discorsi senza essere interrotti… Magari ci conosceremo davvero per la prima volta…

buon esperimento!

Primo comandamento: non Salvare.

Succede anche a voi?

Salvare o non salvare… Quanti di noi hanno fatto qualcosa per gli altri e si sono sentiti poi poco apprezzati per il gesto?

Primo concetto da chiarire: qual è il limite tra fare un favore e “salvare” l’altro?

Ognuno può e dovrebbe per amor proprio, imparare a rispondere in modo coerente con ciò che vuole o non vuole fare. Detto ciò, se qualcuno mi chiede se posso fare qualcosa per lui, io devo sentirmi serena nel rispondere sinceramente alla sua domanda. Non prendiamo in considerazione che ad ogni cosa che ci si chiede abbiamo il diritto di rispondere “Sì”, ma anche e soprattutto di rispondere “No”.

L’altra persona al contempo deve sapere che ha il 50% delle possibilità che questa richiesta venga accolta e il 50% che ciò non accada. Se non è disposto ad accettare un “no” non dovrebbe fare nessuna richiesta. Spesso infatti ci troviamo a chiedere qualcosa dando però per scontato un “sì” e, quando questo non arriva, ci rimaniamo molto male. Forse ci eravamo fatti delle illusioni in merito a quel discorso e avevamo delle pretese su come quella situazione si sarebbe dovuta svolgere. Magari perché “io l’ho sempre fatto per lui!” quindi la nostra richiesta era più una farsa che non una richiesta reale.

Salvare o aiutare: consigli per l’uso

Per tornare al problema iniziale, nel mio piccolo preferisco consigliarvi un comportamento molto semplice. NON FATE QUALCOSA PER L’ALTRO SE L’ALTRO NON VE L’HA DIRETTAMENTE RICHIESTO. Questo vi permetterà da un lato di non sprecare energie inutili per cose che non vi riguardano direttamente e dall’altro di non sentirvi usati se, e nel caso in cui l’altro, non abbia accettato di buon grado il vostro intervento salvifico. E’ proprio qui infatti il nodo della questione. Quando mi si chiede qualcosa che accetto di fare, sto AIUTANDO, quando faccio qualcosa che non mi è stata chiesta, sto cercando di SALVARE.

Chiedetevi: quando SALVATE lo fate per stare sereni con voi stessi, per sentirvi apprezzati dagli altri o per puro spirito di iniziativa?

Vorrei rifletteste sul fatto che questo vostro comportamento da un lato svaluta le competenze, dell’altro potrebbe essere un modo per aumentare la vostra autostima. Infatti, se fate per l’altro cose che lui potrebbe fare da sé o per le quali potrebbe, ma non lo fa, chiedere il vostro sostegno, sembra che voi o non crediate che lui possa prendersi cura di se stesso, in questo senso svalutate le sue competenze e le possibilità che ha di crescere e migliorarsi o volete che l’altro pensi che voi siate una persona migliore di lui, ma di questo magari ne parleremo un’altra volta.

Ora… volete modificare il vostro atteggiamento? Fate qualcosa solo se ne avete voglia e quando vi viene richiesto, altrimenti dite “no”.

C’era una volta un copione… e poi?

Il racconto dei racconti

La parola copione nell’accezione analitico transazionale presuppone la messa in scena di una vita ripetitiva, non spontanea, quella di chi cerca con tutte le sue forze di portare a compimento il suo dramma rispecchiandosi nel protagonista della vicenda, ma proprio legandosi a quella sceneggiatura si preclude il trionfo e il tanto agognato “lieto fine”. Il copione è un piano di vita che il bambino costruisce tra i 4 e i 7 anni, periodo in cui inizia a cercare dei compromessi tra i suoi desideri e ciò che gli viene richiesto dal mondo (esplicitamente o meno).

Le decisioni prese, insieme alle posizioni rispetto a sé e agli altri a cui giunge, influenzeranno le sue relazioni ed egli proverà sempre a giustificare le sue scelte e ad eliminare ciò che le contraddice (Berne, 1966). Le convinzioni a cui giunge possono essere così riassunte: io sono OK, io non sono OK, tu sei OK, tu non sei OK. Le possibili combinazioni che ne derivano costituiscono le quattro posizioni esistenziali sulla base delle quali i copioni vengono recitati. Cercando di capire cosa gli altri vogliono da lui e chiedendosi “cosa succederà ad uno come me?” svilupperà la storia della sua vita prendendo spunto dalle fiabe. Quella storia diventerà il suo copione ed egli spenderà il resto della sua vita a fare in modo che si concretizzi e segua il suo corso (Berne, 1972).

Dal copione alla favola

Le fiabe quindi, aiutano a definire le risposte alle prime domande “esistenziali” e il bimbo potrà cominciare ad identificarsi nel suo personaggio preferito ispirandosi ad esso per “sforzarsi” di vivere “per sempre felice e contento” o anche solo per compensare il suo bisogno di sentirsi importante per l’adulto che sta “leggendo delle sue magnifiche gesta”. La scelta quindi di una fiaba può sembrare all’apparenza una scelta di natura limitante, ma in realtà il racconto si offre nel qui ed ora del bambino solo come “bozza” di un copione che verrà con il tempo sviluppato, rifinito, trasformato, arricchito, revisionato e ricostruito più e più volte.

La prima stesura rappresenterà quindi per il bambino solo un veicolo sul quale proiettare semplicemente le sue fantasie rispetto al futuro (English, 1988). Riconoscersi nella fiaba significa darsi il permesso di esserci nel qui ed ora, magari il piccolo si rivede in un’orfana, in un gatto, in un personaggio non troppo fortunato o molto furbo, ma dal desiderio di rispecchiarsi, cercando nei racconti, trova se stesso e non c’è migliore carezza incondizionata che egli si possa donare (Leone Guglielmotti, 1983).

Dal PRINCIPIo era il DISAGIO

Mediante la sua preferenza il piccolo potrà mettere a tacere il suo B e imparare a sopravvalutare l’importanza del giudizio, ponendo in maggior considerazione il proprio G influente e/o attivo (McClure Goulding, 1968). Porre le basi per la sua doppia contaminazione gli permetterà di iniziare a strutturare il suo eventuale disturbo di personalità, passando dalla metafora della fiaba alla costruzione della propria realtà. Il racconto scelto porta con sé un insieme di aspettative sù di sé, sugli altri, sugli eventi che caratterizzano la visione del mondo, sul modo in cui il protagonista della storia si relaziona e sul modo in cui reagisce in base al quadro diagnostico prevalente.

Il disturbo quindi, trova le sue radici nelle incongruenze e nelle strategie di adattamento che si sono irrigidite nel copione messo in atto e confermato quotidianamente dal paziente (Cavallero, 1998). La teoria del copione si basa sulla concezione che il soggetto si costruisca attraverso una storia (Tosi, 1993) e la utilizzi per cercare di mantenere immutato il proprio sistema cognitivo, emotivo e anche il proprio ambiente, che in questo modo diventerà prevedibile e rassicurante (Romanini, 1987).

Bibliografia

  • Berne, E. (1972). ”Ciao!”…e poi? Milano: Bompiani, 1979.
  • Berne, E. (1966). Principi di terapia di gruppo. Roma: Astrolabio, 1986.
  • Cavallero, G. C. (1998). La decontaminazione. In: Novellino, M. (1998). L’approccio clinico dell’analisi transazionale. Milano: Franco Angeli.
  • Goulding McClure, M. (1986). Who’s being living in your head? Wigft Press Watsonville California, II Edition.
  • Leone Guglielmotti, R. (1983). L’autoriconoscimento: carezza incondizionata di vita. At 3 (5), 44.
  • Romanini, M. T. (1987). Contratto di <<liberazione dal copione>> e contratto di <<analisi di copione>>. Rivista italiana di Analisi Transazionale, VII, 12-13, 13-24.
  • Tosi, M. T. (1993). Copione e cambiamento: una prospettiva narratologica. Polarità, 7, 3, 409-416.

Le relazioni che ti cambiano dentro

La relazione tra il sintomo e il cambiamento

Il sintomo e la patologia di cui esso è la rappresentazione, può essere considerato un’interruzione del processo di cambiamento che “incastra” la persona nella ripetizione di comportamenti disfunzionali con i quali si adatta ai suoi blocchi (Zinker, 1978) e li rinforza.

Sin dai primi giorni di vita, le relazioni di attaccamento influenzando la formazione delle connessioni sinaptiche danno modo agli eventi di essere trasformati in modelli mentali che permettono ai bambini di crearsi delle aspettative verso il contesto di appartenenza e renderlo più gestibile (Baca, 2005). Più tale modello si rinforza attraverso la ripetizione e la generalizzazione, maggiore sarà il processo di svalutazione delle informazioni che se ne discosteranno.

E quando poi si cresce?

Questo spiega il motivo per cui il paziente, ormai adulto, fa fatica a modificare i suoi comportamenti, infatti  seppur l’unica fonte di riconoscimento che ha risulti essere negativa, preferisce tenersela stretta boicottando e sabotando i progressi fatti. L’alternativa sarebbe quella di imparare ad apprezzare qualcosa di totalmente sconosciuto e diverso, di cui poi non saprebbe fare a meno (Klein, 1983).

Finalmente la relazione terapeutica

Solo se il terapeuta riuscirà a fornire un’esperienza emotivamente intensa da interrompere il ritorno al modello conosciuto, il ricordo diventerà vulnerabile. Sarà allora possibile per il paziente modificare le proprie credenze ampliando in tal modo (Tudor, 2003) la parte di sé più realista. La modificazione degli schemi relazionali avvenuta ad opera di un sano sostegno psicologico porterà quindi alla creazione di nuove connessioni sinaptiche che, in quanto incentrate sul presente, daranno finalmente luogo al cambiamento (Tudor, 2003; Sills & Hargaden, 2003). Grazie ad alcune tecniche terapeutiche a forte valenza emotiva si può ottenere un rimodellamento di alcune vie neuronali anche in età adulta risultando in questo la terapia anche più efficace dei farmaci (Kandel, 1999; Allen, 2003).

Cambiare in Analisi Transazionale

Lo scopo del lavoro terapeutico in Analisi Transazionale è quindi permettere al paziente di comprendere i suoi comportamenti diventando più disponibile a valutare nuovi modelli su cui basarsi, attraverso la riconquista di una comunicazione diretta tra la componente affettiva e quella cognitiva della personalità (James e Jongeward, 1971) come conseguenza della relazione sana e sicura con il terapeuta (Tudor, 2003; Sills & Hargaden, 2003; Oller-Vallejo, 2006; Tudor & Widdowson, 2008). Quando si raggiunge una relazione di tale qualità, sia essa terapeutica o meno, diventa “la cura” e permette di riorganizzare la conoscenza relazionale implicita di entrambi i soggetti della relazione (Leone Guglielmotti, 2007).

Nonostante l’alleanza terapeutica si sia dimostrata (Horvath & Symonds, 1991) il fattore con il maggior effetto sulla terapia (De Luca, 2004), la sintonizzazione empatica e l’attaccamento bastano a condurre l’individuo ad una modificazione duratura del comportamento disfunzionale solo quando accompagnati da una visione alla pari del paziente e tendente alla sua presa di consapevolezza (Cornell & Bonds-White, 2001).

Bibliografia 

  • Allen, J. R. (2003). Biological underpinnings of treatment approaches. TAJ, 33, 1, 23-31.
  • Baca, E. (2005). Il sistema di attaccamento e le qualità della memoria implicita. Psicologia, Psicoterapia e Salute, Vol. 12, No 1, 67-115.
  • Chiaperotti (Ed.). Quaderni di psicologia, analisi transazionale e scienze umane, 2003, n. 38).
  • Cornell, W. F., & Bonds-White, F. (2001). Therapeutic relatedness in Transactional Analysis: the truth of love or the love of truth. TAJ, 31, 1, 2001, 71-83. (trad. it. Vicinanza terapeutica in Analisi Transazionale: la verità dell’amore o l’amore per la verità, in C. De Luca, M. L. (2004). Stati dell’Io Relazionali e Alleanza terapeutica. Psicologia Psicoterapia e Salute, 2004, Vol. 10, No. 3, 251-271).
  • Horvath, A. O., & Symonds, B. D. (1991). Relation between working alliance and outcome in psychotherapy: A meta analysis. Journal of Counseling Psychology, 38, 139-149.
  • James, M., & Jongeward, D. (1971). Nati per vincere. Milano: Edizioni San Paolo, 1987.
  • Kandel, E. R. (1999). Biology and the future of psychoanalysis: a new intellectual framework for psychiatry revisited. American Journal of Psychiatry, 156, 4, 505-524.
  • Klein, M. (1983). L’autoanalisi transazionale. Roma: Astrolabio, 1984.
  • Leone Guglielmotti, R. (2007). Relazione reale e comunicazione emozionale creativa quale cura per il cambiamento nell’inconscio protocollare. Atti del Convegno SIAT. Roma, 12-13 maggio 2007. Roma: SIAT.
  • Oller-Vallejo, J. (2006). Freudian agencies, psychic organs and ego states. TAJ, 36, 1, 20-24.
  • Sills, C. & Hargaden, H. (2003). Key Concepts in T.A.. London: Worth Publishing.
  • Tudor, K. (2003). The neopsyche: the Integrating Adult ego state. In: Sills, C. & Hargaden, H. (2003). Key Concepts in T.A.. London: Worth Publishing.
  • Tudor, K., & Widdowson, M. (2008). From client process to therapeutic relating: a critique of the process model and personality adaptations. TAJ, 38, 3, 218-232.
  • Zinker, J. (1978). Processi creativi in psicoterapia della Gestalt. Milano: FrancoAngeli, 2001.

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