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La mia prima volta come “Professionista”

Essere professionista o diventarlo?

Come nasce e cresce un professionista? Molte volte, forse troppe i professionisti parlano e scrivono del loro lavoro clinico solo dopo aver fatto molta esperienza. Il che porta i neo-laureati in Psicologia a vedere i professionisti come un modello da seguire, ma senza la minima indicazione su “come seguirli”. Vorrei oggi scrivere qualcosa su questo. Qualcosa sulla prima volta, la prima volta in cui tu, ormai Psicocoso, ti trasformi da studente a figura di sostegno di un altro essere umano.

Se avete fatto una terapia ricordate bene l’ansia che precede il primo colloquio con uno Psicologo, uno che era un estraneo fino ad allora. Ora vi dico un segreto, per noi Psico-cosi forse è anche peggio e vi spiego subito il motivo. Ogni paziente ha una sola prima volta, noi nella nostra carriera di prime volte ne abbiamo svariate. Io vi assicuro che ogni volta che un nuovo paziente entra nel mio studio la sensazione, nonostante le competenze acquisite, è sempre la stessa. Mi preparo ad “accogliere”, ma non so ancora quale sarà il modo migliore di farlo visto che ogni persona è diversa.

Quando ti laurei in Psicologia, la maggior parte degli Psico-cosi non ha esperienza di una stanza di terapia. Questo perchè non è obbligatoria la terapia per acquisire la laurea in Psicologia. Quindi quello che noi Psico-cosi sappiamo su come si svolge una terapia, è solo ciò che fino a quel momento abbiamo letto sui libri. Libri anche vecchiotti, passatemi il termine.

Dato che io avevo già iniziato una Psicoterapia, sapevo bene di cosa si trattava, o perlomeno conoscevo la sensazione di vestire i panni del paziente. Potevo quindi comprendere appieno il sacrificio emotivo che stavo chiedendo ai miei pazienti perché quell’emozione dell’aprirsi all’estraneo l’avevo a mia volta provata.

Terapia è emozione sia per il professionista che per il paziente?

Ecco ciò che uno Psicologo pensa e prova la prima volta in cui veste il ruolo contrastando il giudizio e l’idealizzazione del paziente del momento.

Ricordo quel giorno come fosse ieri, eppure sono passati 11 anni. Dopo la laurea presa molto presto, ho svolto subito il mio anno di tirocinio, che a quell’epoca si svolgeva subito dopo, non prima della laurea. Ho preso l’abilitazione e dato che era ormai più di un anno che avevo iniziato la mia terapia personale, ho deciso di buttarmi. Ho deciso di indossare il vestito della Professionista che negli anni avevo faticosamente cucito, senza però averlo mai provato.

Iniziata la scuola di specializzazione in Psicoterapia ho iniziato a fare un lavoretto per pagarla. Proprio in quel posto mi avevano riservato una stanza che io ho potuto sistemarmi come meglio credevo. La stanza era lunga e stretta, ma colorata ed accogliente. Un tavolino in un angolo e due sedie uguali, insomma lo stretto necessario per chi come me, stava iniziando. Ora sradicherò il vostro primo dubbio. Non tutti i terapeuti hanno nel proprio studio un lettino, non per mancanza di cura nei dettagli, ma semplicemente perché non tutti gli approcci alla Psicoterapia sono uguali.

Nel mio caso, la Scuola di Specializzazione che ho frequentato, suggerisce un “setting” (una stanza di terapia) in cui siano presenti due sedie uguali. Il terapeuta solitamente non si pone dietro la scrivania, in modo che essa non diventi un muro (metaforico) tra lui e il paziente. Detto fra noi, ho utilizzato poche volte la scrivania. Quando l’ho fatto è stato solo perché già dal primo contatto telefonico con il paziente, ho percepito che avesse un disturbo grave. In quei casi mettere i “confini” (come si dice in gergo), è stato auspicabile e necessario a permettere un lavoro proficuo e la creazione di un rapporto terapeutico sano.

La sedia del cambiamento

Quella prima volta ricordo di essermi seduta su quella che avevo deciso sarebbe stata la mia sedia e ho cercato di percepire il mio corpo. Mi sono messa comoda, come ci aveva spiegato il professore, ma mentre mi rilassavo e prendevo coscienza di me stessa, è suonato il citofono.

Sono saltata, il cuore come tutto il resto del mio corpo ha iniziato a sobbalzare. Sono corsa al citofono, ho aperto e mi sono presentata stringendo forte la mano del mio paziente e facendo un gran sorriso. Dall’altro lato c’era un sorriso imbarazzato, ma disponibile ad accogliermi. Il cuore mi batteva talmente forte che ho temuto che non sarei riuscita a sentire quello che il mio paziente avrebbe avuto da dirmi. Ho accompagnato il mio paziente in stanza, anche se le mie gambe tremavano, l’ho fatto accomodare e mi sono seduta.

Quello è stato il momento in cui qualcosa è cambiato in me, quello è il momento in cui ho capito molte cose. Ho capito che l’importante era che mi lasciassi andare a quell’ambiente, a quei 50 minuti, alla persona che avevo di fronte, e che proprio per lei mi trasformassi in un contenitore di ciò di cui mi avrebbe voluto parlare. Quella persona, le sue difficoltà, il suo dolore era il regalo che quella persona mi stava facendo. Dopo aver finito la terapia e aver accompagnato il paziente alla porta, mi sono rimessa seduta su quella sedia. Ho respirato profondamente ed ho ringraziato quella sedia e la consapevolezza che un’ora prima aveva fatto di me una Psicologa. Ero inebriata da quella sensazione che la terapia mi aveva lasciato.

Il dono del Professionista

Da quel momento e negli anni a seguire ho sempre visto ogni paziente come “fosse Babbo Natale” giunto nel mio studio con un regalo. Il regalo era una storia, la sua storia, i suoi problemi, le sue emozioni, il suo mondo insomma. Da quel momento ho iniziato ad accettare i regali, sia quelli belli che quelli brutti perché non sempre i pazienti ti raccontano i loro successi! Il più delle volte ti portano i loro drammi, la loro tristezza, il loro dolore e ciò vi assicuro non è sempre facile per me.

Qualche volta le loro storie mi lasciano uno strascico di malinconia e decido di non lasciarle a studio, ma di portarmele a casa per dar loro un significato più completo. Alle volte ci sono delle storie che rimbombano anche dentro di me e non me ne vergogno, anzi, vado fiera della mia emotività.

Quello è stato un gran giorno. Quello è stato il giorno in cui, a livello psicologico ho capito verso dove stavo andando. In quel preciso giorno ho capito che il mio obiettivo era vivere la vita di tutti i giorni con la stessa sicurezza e sensazione di controllo che avevo provato nel mio studio. Sono uscita da quella stanza cresciuta, trasformata da una Psicocosa ad una Psicologa, avevo trovato il mio lavoro, il mio posto nel mondo, o per lo meno, avevo trovato il mio posto in quello studio, che già era qualcosa. Quel giorno io ho smesso di cercare di diventare una Psicologa ed ho iniziato ad essere una Psicologa e questo ha iniziato a fare la differenza nella mia vita.

Dalla perdita all’accettazione: come affrontare il lutto.

Attaccamento e perdita

La vita ci da molto e ci toglie altrettanto e tutti noi, chi prima chi dopo, abbiamo purtroppo perso qualcuno… Mi sono domandata da che punto sarei dovuta partire per spiegare come si può affrontare un lutto. Ho considerato che non avrei potuto farlo senza aver almeno definito il concetto di attaccamento.

Infatti, come non esiste il bianco senza il nero e il bene senza il male. Non può esistere, né essere concettualizzato il lutto, senza l’idea che prima della perdita dell’altro ci sia stato un legame ed un effettivo rapporto che col tempo si è fatto sempre più importante. L’attaccamento si basa proprio su questo, cioè sulla gestione della paura che l’altro se ne vada e che io possa morire per la sua perdita.

Attaccamento “sano”

Un attaccamento “sano” deriva dall’aver avuto nei primi periodi di vita una relazione emotivamente forte in cui il bambino si è sentito protetto, sicuro e amato senza condizioni. Ciò nel tempo gli permetterà di maturare un’immagine di sé come di una persona degna di amore. Questo tipo di attaccamento lo porterà ad affrontare ogni situazione in modo più funzionale, anche e soprattutto quelle dolorose. Se invece non abbiamo goduto di un attaccamento sano, nel momento della perdita vivremo quello che viene definito “doppio lutto”… Sarà quindi come se perdessimo la persona amata due volte. Una volta per il dolore di non aver mai maturato un’immagine interna dell’altro e una seconda volta per la perdita dovuta alla morte.

Perdita e lutto

A questo punto possiamo iniziare a parlare del lutto. Il lutto seppur a livello antropologico viene vissuto in maniera diversa a seconda della cultura a cui si fa riferimento, a livello emotivo è una sensazione di perdita universalmente riconosciuta e che si caratterizza per il tipo di pensieri, sentimenti e comportamenti manifestati in conseguenza alla morte di una persona cara e che variano ed evolvono con il trascorrere del tempo.

Il primo periodo di lutto definito “acuto” tende a risolversi mediante un lungo e difficile processo di accettazione che si sviluppa in 3 fasi:

  • acquisizione di piena consapevolezza della perdita e delle sue conseguenze;
  • sviluppo di modalità alternative di relazione con il defunto;
  • ridefinizione degli obiettivi e dei progetti personali.

Come si affronta una perdita dovuta al lutto

Negli ultimi anni è stato concettualizzato un modello di terapia del lutto: la “Grief & Growth Therapy” che si basa sull’importanza di quello che viene definito Modello Duale. Il Modello Duale sostiene che ogni persona è orientata “sia alla Perdita” ( per il fatto che percepisca questo dolore lancinante e tenda a non volersene liberare) che “alla Ricostruzione” (per il fatto che ha la volontà di portare avanti gli altri rapporti e gli impegni della vita, ma se lo fa si sente in colpa). Lo stress e l’ansia derivanti dall’alternanza tra il sentimento di Perdita e di Ricostruzione sono fondamentali per raggiungere il nuovo adattamento all’assenza dell’altro.

Il terapeuta in questo approccio si prende cura del modo in cui il paziente ha la possibilità di continuare ad avere un legame, ovviamente di tipo diverso, con la persona che ha perso. Per esempio, ha la possibilità di: continuare a sentire la sua presenza emotivamente confortante (sentirsi protetto da lui); parlare con la persona che ha perso (facendo di lui una presenza che lo ascolta); viverlo come guida morale (mettendo in atto buoni suggerimenti dati mentre era ancora in vita); parlare della persona defunta (a volte con dolore, altre con gioia, con rabbia o tristezza, vivendo però ogni tipo di emozione con cui la perdita l’ha costretto a fare i conti).

Nessun ritorno ad una vita normale sarà reale se non passerà attraverso l’elaborazione del dolore che la perdita ha provocato, e alla presa di coscienza che quella sofferenza è l’altro lato della medaglia rispetto al legame che si era instaurato.

L’elaborazione del lutto

Con il tempo ognuno di noi è portato ad integrare l’evento della morte della persona cara all’interno della propria storia personale. Solitamente impariamo a distinguere tra un “prima” e un “dopo” la sua morte. Possiamo però sostenere che il processo di “elaborazione del lutto” è terminato quando riusciamo ad accettare la nuova realtà e a “sistemare” la persona persa per sempre in un luogo interno (nella nostra mente, nel nostro cuore o nella nostra anima), meno doloroso perché ci permette di sentirlo accanto e più utile ad una riapertura verso il mondo esterno. Averla dentro di noi ci permetterà di sentirla parte integrante del nostro essere vivi, e potremo così sentirci rassicurati sull’importanza del legame che avevamo creato e sulla sua durata eterna.

Personalmente, porto dentro di me chi ho amato e perso… ho sofferto, accettato e apprezzato quanto di importante mi hanno lasciato e sono andata avanti nella mia vita, portandoli con me… ma ogni tanto mi capita di essere sovrappensiero, sentire una canzone e iniziare a piangere… e quelle lacrime a distanza di molti anni mi regalano sempre inaspettatamente la sicurezza che quei legami non sono stati mai interrotti, sono rimasti importanti e me lo faccio bastare…

Cosa posso fare? le prospettive della terapia

Come mi comporto?

Come bisogna comportarsi con dei parenti affetti da disturbi psichiatrici? Di certo è determinante non cercare di essere i loro psichiatri, i loro psicoterapeuti o i loro infermieri. Se hanno già uno psichiatra e hanno iniziato una terapia, allora potremmo stare tranquilli. La cosa migliore è continuare semplicemente ad essere i loro familiari. I familiari con cui hanno condiviso i bei momenti, che li hanno visti peggiorare, ma che hanno continuato ad esserci anche durante questi brutti periodi.

La verità assoluta sulla terapia

Pochi Psicoterapeuti vi diranno ciò che io vi sto per dire… L’efficacia della terapia non è data dalla bravura del terapeuta o dallo scegliere un approccio piuttosto che un altro, anzi, le ricerche dell’ultimo decennio rivelano che… Udite, udite! La psicoterapia funziona quando il paziente prende come spunto e modello la relazione sana creata con lo psicoterapeuta.

Quindi che succede, facciamo un esempio….
Comincio una terapia e mi sento accolto e contenuto, infatti è la prima volta in vita mia che non mi sento criticato nè giudicato. Mano a mano che il rapporto con il mio terapeuta si rafforza io impareró a interagire diversamente con le persone che incontro nella mia vita. Potró quindi riuscire a creare dei nuovi rapporti o a modificare i vecchi e inizieró a circondarmi di relazioni sane basate sulla spontaneità e chiarezza.

Nuovi rapporti per nuove prospettive

In questa prospettiva quindi, la psicoterapia acquisisce il fondamentale ruolo di modello. Permetterà infatti al paziente di creare ulteriori e diversi rapporti sani fuori dallo studio di terapia. Tali rapporti una volta conclusa la psicoterapia potranno, nel momento del bisogno, sostenerlo ed essere il suo paracadute nel caso di altre “cadute a picco”… Volete fare qualcosa per chi avete accanto? Allora siate la sua relazione sana, il suo paracadute… accompagnatelo nella sua crescita e siate presenti e saldi, se e quando, cadrà nuovamente…

Infatti non è pericoloso buttarsi da un aereo…. la pericolosità sta nel farlo senza un paracadute che ci permetta di atterrare in sicurezza!

Noemi e Lucio: l’adolescenza difficile dietro l’omicidio.

L’omicidio

Una ragazzina di 16 anni Noemi, morta e un ragazzino di 17 anni Lucio, colpevole… erano fidanzati, sembrava fossero legati, in modo forse simbiotico, sicuramente morboso e poco sano. Dai racconti si direbbe che l’uno fosse dipendente dall’altra o viceversa, a seconda di chi espone la versione della sua verità.

Oltre le colpe

Non vorrei soffermarmi sulle colpe che ovviamente ci sono, ma secondo me non solo da parte di chi ha compiuto realmente l’atto in se stesso. Scrivo questo articolo per ragionare con voi sul dietro le quinte delle vite di questi due ragazzi che sono arrivati alle cronache come conseguenza del loro essere cresciuti in modo turbolento.

Sembra una guerra in cui si da la colpa alla famiglia che ha cresciuto il figlio più agitato. Lucio:  ha la cresta, sfascia i vetri di una macchina in sosta… Noemi: foto provocatorie e allusive come immagine di copertina di Facebook (si bacia sulle labbra con un’amica) e molte foto allo specchio con shorts, vestitini e poi i baci appassionati.

Adolescenze complesse

Questi due ragazzi non erano dei fidanzati nella norma e di questo non si parla… Possiamo definire normale Lucio, un ragazzo che a 17 anni guida abitualmente la macchina di famiglia? ha fatto tre trattamenti sanitari obbligatori  in poco tempo, fa piccole rapine sul territorio, sfascia i vetri delle macchine… a 17 anni??? Noemi invece col viso dolce ma maliziosa e smaliziata… Si iscrive su Facebook a 11 anni, con una quantità di foto indescrivibile, un trionfo dell’ego per una bella ragazza che sta crescendo e non ha timore di mostrarlo e mostrarsi a tutti… Una ragazzina che abitualmente usciva di notte senza farsi sentire dai familiari e capitava che andasse a fare sesso nei prati circostanti… a 16 anni ???

E se facessimo un passo indietro?

Dove sono finite le chiacchiere con le amiche? I primi amori che fanno battere il cuore, ma a cui non si rivolge la parola perché si ha troppa paura di un rifiuto? Dove sono finite le scorribande in motorino, il saltare la scuola come atto di ribellione al mondo che finiva in una sigaretta “scroccata”, come si dice a Roma e una gomma da masticare in bocca prima di rincasare per non permettere a mamma di accorgersi che avevamo saltato scuola? Qui si parla di adulti fatti e finiti, che solo sulla carta d’identità sono ancora adolescenti, ragazzini che parlano come i grandi, fanno cose da grandi e amano e uccidono come adulti. Ma entrambi i ragazzi non sono diventati così dal nulla… Hanno fatto dei cambiamenti che hanno richiesto l’appoggio o il dissenso degli adulti che ci circondavano.

Ma gli adulti, quelli veri, dov’erano mentre questi ragazzini crescevano a loro modo? Dove erano le famiglie di entrambi e soprattutto dov’erano i servizi sociali che avrebbero potuto evitare il disastro se solo fossero intervenuti per tempo? chi avrebbe potuto segnalare queste situazioni? i vicini di casa sicuramente no, amo il Sud ma purtroppo vige ancora l’idea che “panni sporchi debbano essere lavati in casa” quindi credo che i vicini sapessero, ma nessuno avrebbe mai segnalato la situazione… Però le scuole, quelle sì, avrebbero dovuto segnalare un ragazzo con comportamenti aggressivi, e una ragazza dipendente, ma non l’hanno fatto.

Attenzione e contenimento

Allora capisco, capisco famiglie che invece di disperarsi per la vita dei figli rovinata per sempre, come nel caso di Specchia, passano il tempo ad attaccarsi vicendevolmente… Non ho sentito nessuno, in nessuna intervista dire “forse non ci siamo accorti di qualcosa, forse dovevamo essere più presenti o esserlo in modo diverso”. A nessuno è venuto il dubbio che il problema non fosse il figlio dell’altra famiglia, bensì qualcosa che a livello educativo non era andato come doveva nella propria famiglia. Figli assassini e egocentrici, crescono in famiglie prive di empatia per l’altro…

Questa situazione poteva e doveva essere fermata prima che uno dei due perdesse la vita… Educativamente questi due adolescenti sono l’emblema di quanto vengano seguiti male a livello educativo i ragazzi, dalle famiglie e da molte istituzioni scolastiche; di quanto non vengano aiutati a crescere, capire, gestire ed esprimere le proprie emozioni; di quanto non vengano contenuti… E così succede che restino soli nelle loro stanze, di fronte ai loro pc, impegnati a costruirsi un’immagine di loro stessi da “vendere” al mondo dei social. Quest’immagine sarà da rinforzare costantemente per sentirsi accettati, capiti e unici, non comprendendo purtroppo che sarebbero stati unici anche senza tutto quello spreco di energie nel costruirsi una reputazione da “ribelle”. Quanta solitudine e indifferenza si nasconde dietro vicende che arrivano a degenerare in questo modo?

Figli: consigli per l’uso

E’ vero i figli crescono, non sempre è facile seguirli, parlare con loro, affrontare i loro dubbi… Ma l’ascolto di un genitore FA la differenza tra un figlio perso e un figlio che si sente accolto. Vi auguro di essere la spalla su cui verranno a piangere. La persona che li ascolterà dopo avergli chiesto come stanno, non il loro “braccio armato”, insegnate loro la pace non la vendetta e l’odio… Cerchiamo di lasciare in eredità ai nostri figli un mondo qualitativamente migliore di quello in cui noi siamo cresciuti, o almeno  proviamoci.

 

La trasformazione delle nostre abituali “carezze”

Cosa sono le “carezze”?

Carezze? Oggi volevo riflettere con voi sul significato psicologico del termine e sull’importanza delle carezze che offriamo o riceviamo ogni giorno. Le “carezze” rappresentano il modo in cui le persone riconoscono l’esistenza dell’altro, bambino o adulto che sia, in modo verbale e non verbale.

Quando siamo piccoli, i grandi ci offrono carezze di riconoscimento indirizzate a nostri ben precisi atteggiamenti. E’ proprio per merito di queste carezze che crescendo rinforziamo sempre più questi comportamenti fino a farli diventare veri e propri lati del nostro carattere. In fase di sviluppo le carezze dei genitori o degli adulti di riferimento, di qualsiasi tipo esse siano, sono comunque meglio dell’indifferenza.

Per esempio…

Se io fossi una bambina tranquilla e moderata che però non riceve considerazione adeguata, potrei iniziare a comportarmi male. All’inizio sarebbero solo dei tentativi per vedere come si comporteranno gli adulti che mi stanno intorno. A quel punto se quei comportamenti definiti dai miei genitori “sbagliati” venissero rinforzati (gridando o mettendomi in punizione) mi troverei di fronte ad un bivio. Dovrei quindi scegliere se voglio comportarmi bene e sentirmi poco considerata oppure avere atteggiamenti “sbagliati”, ma essere al centro dell’attenzione delle persone importanti per me.

Purtroppo nell’età in cui si prendono tali decisioni (entro gli 8-9 anni) i bambini preferiranno sempre le attenzioni, di qualunque tipo esse siano, all’indifferenza. Nel loro processo di crescita questa decisione verrà ogni giorno rinforzata e confermata ad ogni arrabbiatura dei grandi. Prima dei 9 anni i bambini devono quindi decidere se essere riconosciuti positivamente e sentirsi importanti o riconosciuti negativamente e sentirsi di peso.

Ovviamente in ogni rinforzo bisogna esserci una sorta di coerenza interna tra ciò che il genitore dice ed il suo comportamento non verbale. Se coerente amplifica ancora di più l’atteggiamento del bambino. Se incoerente (padre o madre che lo sgridano ridendo) creerà più confusione nel capire cosa i genitori apprezzano o meno di lui come persona. Cosa succede col passare del tempo? Più si sono rinforzati alcuni comportamenti e più sarà difficile modificarli in quanto il cambiamento verrà percepito come fonte di incertezza e quindi pericoloso.

Come potrei modificare le mie abitudini?

E se crescendo trovassi dei professori o degli allenatori che iniziassero a rinforzare i miei comportamenti “educati”, invece di quelli “maleducati” che farei?

Mi approccerei a loro con diffidenza (ovviamente in modo totalmente inconscio vista la mia età). Se poi loro mentre io continuo a testare le loro reazioni alla mia maleducazione continuassero a sottolineare i miei atteggiamenti positivi, allora potrei quasi fidarmi. Potrei pensare che forse esistono persone diverse dai miei genitori e che forse vale anche la pena comportarmi con queste persone in maniera diversa da come mi comporto in casa. Questo sarebbe l’inizio, se non del mio cambiamento, sicuramente della possibilità di prendere in considerazione un’alternativa a quanto ho fatto fino ad oggi.

Carezze e consigli per l’uso:

Ora vi chiederete… “Dove vuole arrivare?”. Vorrei arrivare a riflettere con voi su ciò che diciamo e facciamo per gli atri e su ciò che gli altri dicono o fanno per noi. Tenendo in considerazione quanto detto fin qui,  ho dei suggerimenti per chi sente che qualcosa di ciò che ho scritto lo riguarda in prima persona:

  • date carezze spontaneamente, è sempre il momento buono per dire una cosa positiva all’altro;
  • chiedete carezze quando ne avete bisogno, se vi risponderanno che non sono del giusto umore per farlo, non demordete e provate di nuovo con qualcun altro, c’è qualcosa di bello in un abbraccio e nessuno è mai riuscito ad abbracciarsi da solo;
  • accettate le carezze degli altri senza svalutarle “è molto interessante ciò che hai scritto!” e dentro di voi pensate “Di sicuro l’ha detto solo per farmi contenta”;
  • rifiutate le carezze che vi svalutano e spiegate a chi vi sta di fronte il motivo per cui vi sentite svalutati;
  • date carezze a voi stessi, non è vero che “chi si loda si sborsa” piuttosto è vero che se siamo persone consapevoli conosciamo molto bene i nostri pregi e i nostri difetti e se non li accettiamo noi, chi potrà farlo?

Il tutto servirà ad ampliare la vostra capacità di essere intimi, consapevoli e spontanei sia con noi stessi che con gli altri. Il mondo potrebbe essere un posto migliore se tutti ci impegnassimo per renderlo tale.

Se avete dubbi o domande in merito scrivetemi.

Buon inizio settimana.

 

 

La comunicazione al tempo del web

Noi dietro al pc

Cosa succede quando ci mettiamo seduti dietro un pc o dietro lo schermo di un cellulare?
E’ bene chiederselo visto che attualmente gestiamo la nostra noia e organizziamo il nostro tempo libero in questa maniera. Sembra strano, ma ci rilassiamo o almeno così crediamo. Anni fa ci si riposava sotto l’ombrellone leggendo i giornali di scoop, ora apriamo Facebook, Twitter… E la vita privata delle persone più o meno famose ci balza agli occhi, quasi chiedendo di essere considerata e paragonata con la nostra. Qui nasce il primo problema: il confronto

Il confronto

Non mi stancherò mai di dirlo, il confronto viene spontaneo, è umano, ma quale confronto? nessuno ha vissuto la nostra stessa vita e vi ha reagito nello stesso nostro modo, siamo unici nel nostro modo di stare al mondo e sapete qual è il bello? per tutti è così, anche quelli che guardiamo e di cui invidiamo le vite, le scelte e le amicizie, anche loro sono unici e forse al nostro posto non avrebbero potuto né saputo “cavalcare la nostra onda” bene quanto l’abbiamo fatto noi! Se non esistono paragoni possibili o accettabili, esiste però la possibilità di partire dal confronto per ottenerne degli stimoli. A mio parere infatti il web potrebbe e dovrebbe essere utilizzato come strumento che possa spronarci verso ciò che ognuno di noi potrebbe fare, se solo volesse.

Possibilità

Purtroppo invece oltre che non prendere nulla dal web, quello schermo spesso si trasforma in un “filtro magico” di cui apprezziamo e ci teniamo stretti l’effetto disinibitorio. Molti infatti arrivano ad avere comportamenti che di persona non si permetterebbero mai, minacciando, deridendo, perseguitando, pubblicando foto come prima della diffusione della moda dei social non avrebbero fatto. Proiettano sugli altri le loro frustrazioni dando “in pasto” loro stessi, le loro reazioni, i loro pensieri, ad un pubblico spesso non selezionato e per questo, troppo vasto e poco attento alle buone maniere.

Soprattutto tra gli adolescenti, ma non solo, questa disinibizione viene confusa con la spontaneità. La disinibizione, al contrario della spontaneità, nega la possibilità di crescita personale, la capacità di empatia e comprensione. Non avendo quindi di fronte la persona con cui stiamo parlando, smettiamo di misurare le parole. Non ci impegniamo a dirle con la giusta intonazione ed ogni scambio diventa un semplice quanto superficiale e banale scambio di “parole” o “frasi fatte”.

Il web e i consigli per l’uso

Usare i social e il web in maniera diversa  è una cosa possibile, qualche consiglio per chi mi legge:

  • cercate di cogliere dal confronto con l’altro sempre nuove e positive possibilità di crescita personale;
  • cercate ogni giorno pagine o profili che possano aiutarvi a seguire il vostro percorso;
  • arricchite voi stessi senza bloccarvi alla prima difficoltà verso il cammino che vi condurrà al vostro obiettivo;
  • gli scambi di offese e di affetto teneteveli per uno scambio reale nel quale potrete crescere entrambi nel rapporto che state decidendo di portare avanti;
  • vi piace un posto che qualcuno ha visitato, un libro che qualcuno ha letto, un pensiero che qualcuno ha condiviso? Allora segnatevi il posto (potrete andarci), il libro (potrete leggerlo)… Alate il telefono per dire: “Giorgia la penso anche io come te, ci prendiamo un caffè così possiamo parlarne a quattr’occhi?”.

Obiettivi?

Il mio scopo era di darvi uno spunto di riflessione, un pc, un cellulare possono facilitare la vita, ma non possono sostituirla. Invece di leggere “delle persone”, “state con quelle persone” invece di proiettare su di loro le vostre frustrazioni. Il web può incrementare il modo in cui possiamo incontrare le persone, ma utilizzarlo in maniera sbagliata ci renderà quotidianamente più soli.
Ora uscite, fate esperienze e tenete presente che i ricordi durano molto di più dei pc e dei cellulari, oltre ad arricchirvi e a rendervi persone migliori.

 

L’arte di separarsi senza perdersi: “Io non vorrei lasciarvi andare”.

Distacco e perdita

Quante volte ci è capitato di “perdere” qualcuno? o di percepire l’allontanamento come reale assenza dell’altro? magari semplicemente perché si allontana da noi per un periodo di tempo più lungo del solito…

Se la persona in questione è per noi una figura di rilievo a cui sentiamo di poterci poggiare, allora questo separarsi potrà essere accompagnato da dolore e potrà essere paragonato emotivamente a un lutto.

Come ci siamo “ridotti” così? Presto detto, forse quando eravamo bambini, per cause diverse, ma comunque dipendenti dai rapporti con le figure di attaccamento, non siamo riusciti ad acquisire una competenza che si sviluppa nei primi mesi di vita: la “costanza dell’oggetto”. Succede quindi che, nel momento dell’allontanamento da qualcuno non riusciamo a portare dentro di noi un’immagine della persona, ma ne ricordiamo solo alcuni “indizi” che da soli non bastano ad  affrontare il distacco imminente senza la forte sensazione di abbandono e perdita che ne sono la diretta conseguenza.

Sopravvivere si può, come fare?

Come possiamo prevenire il “disturbo da sofferenza prolungata” (DSM V) cioè la forte frustrazione e lo smarrimento derivanti  da  una perdita o da un lutto? Affrontare il mondo senza la vicinanza di alcune persone a cui teniamo molto è possibile? Cosa possiamo fare per riuscirci?

Possiamo:

  • Fornire a noi stessi informazioni adulte. “Il mio amico non muore, semplicemente si allontana da me”,  sviluppando modalità alternative per continuare ad avere un rapporto significativo;
  • Andare avanti nella nostra vita accettando la tristezza, viverla e “concedere a noi stessi il tempo di digerirla”. “La mia amica se ne va, perdo una quotidianità con lei e il suo appoggio costante, dato anche dal suo esserci fisicamente; se facessi finta di niente, metterei solo una maschera”. Infatti il dolore non andrebbe evitato bensì compreso, in quanto quel dolore dà conto di quanto quella persona sia importante per noi;
  • Evitare di punire la persona che si allontana da noi, o noi stessi in modo masochistico (“dato che se ne vanno vuol dire che per loro non conto nulla e quindi non li chiamo, così mi abituerò prima a stare senza di loro!”), nonostante la brutta sensazione di essere stati “abbandonati” in un deserto, assetati e  senza acqua;
  • Tenere a mente quanto abbiamo fatto e vissuto insieme.

Dall’assenza alla presenza interna

Tutto questo ci permetterà di percorrere un processo interno attraverso cui si potrà trasforma l’assenza esterna in presenza interna.

E dopo cosa succederà? Conseguenza del distacco è un’iniziale chiusura a cui segue l’adattamento all’ambiente in una percezione di “assenza dell’altro”. Il Modello Duale utilizzato in Psicoterapia per la gestione del lutto, ma applicato anche alle perdite rilevanti, si basa sull’alternanza tra Perdita del legame e Ricostruzione in assenza del legame. Lo stress e l’ansia conseguenti dall’oscillazione risultano necessari al raggiungimento di un nuovo adattamento.

L’adattamento non sarà possibile né reale se non passerà attraverso l’elaborazione del dolore della perdita.

Vi lascio con quest’ultima considerazione: il dolore per l’assenza in fin dei conti non è altro che l’antitesi del legame. Se c’è dolore, è esistito un rapporto e con esso un legame, più sarà forte il dolore e più il rapporto sarà stato fondamentale.

Ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale.

La favola dei Caldomorbidi

(versione rivisitata della favola originaria sui Caldomorbidi dal libro di Steiner, 1974).

Il paese dei Caldomorbidi

C’era una volta un paese, chissà dove e chissà quando, in cui tutti, ma proprio tutti, erano felici. Il segreto di questa felicità era una “cosa” chiamata Caldomorbido. Alla nascita infatti, ogni bambino riceveva un sacchetto, da cui ogni volta che voleva poteva tirare fuori un Caldomorbido. Poteva goderne o offrirlo a qualcun altro. I Caldomoribidi erano molto richiesti perché quando se ne riceveva uno si sentiva un meraviglioso tepore in tutto il corpo, un senso di benessere appagante. Coloro che non ne ricevevano con regolarità rischiavano di ammalarsi di una grave malattia che faceva inaridire l’organismo e portava persino alla morte. Essendocene in grande quantità le persone se li scambiavano di continuo e quando qualcuno ne sentiva il bisogno lo chiedeva senza remore.

Dicevamo che tutti erano felici, ma questo non è proprio vero… Infatti solo una strega, incattivita dalla felicità generale, trovava infatti piuttosto difficoltoso piazzare filtri e pozioni in mezzo a gente sempre felice e appagata, elaborò un piano malvagio e iniziò a  spargere la voce che se i Caldomorbidi avessero continuato ad essere offerti così generosamente sarebbero presto terminati. Una cappa opprimente di sospetto e inquietudine calò sul paese.

I Freddoruvidi

Col passare dei giorni le persone furono sempre meno disposte a donare Caldomorbidi agli altri, non se ne chiedevano più, ognuno si teneva stretto il suo sacchetto e le persone iniziarono ad essere tristi e sospettose. Molti quindi si ammalarono per carenza di calore e contatto e a nulla valsero i rimedi della strega, che seppure scocciata in precedenza dalla loro felicità non voleva comunque che la gente morisse… I morti non comprano filtri né pozioni.

Pensò quindi di iniziare a mettere in vendita i Freddoruvidi. Un sacchetto ad ognuno ed il gioco era fatto. I Freddoruvidi erano in grado di impedire che l’organismo si inaridisse, ma invece di offrire tepore e benessere donavano freddo e punture a chi li offriva e a chi li riceveva. Iniziarono quindi ad essere scambiati al posto dei Caldomorbidi e in breve tempo le vite tristi di quelle persone si allungarono e con esse le loro agonie e meschinità.

Il caso volle che a rovinare i piani della strega fosse una giovane donna che, capitata da quelle parti vi si stabilì ed iniziò, com’era sua abitudine e senza badare alle dicerie, a donare Caldomorbidi senza preoccuparsi di rimanere senza. Seguendo il suo esempio prima i bambini, poi i grandi, ricominciarono a scambiarsi Caldomorbidi, tornando così a sentirsi bene, amati e felici… tutti… tranne la strega… che esiliò in un luogo di cui nessuno chiese il nome.

Totti. Cosa viene dopo il numero “10”.

Totti-day

Prendo spunto dalla giornata di ieri… il Totti-day, come molti lo hanno ribattezzato. L’addio alla carriera di calciatore di un uomo che per onestà, devozione e fedeltà è diventato, e molti dicono resterà, la leggenda di Roma!

Oltre il capitano

Molti calciatori hanno altri hobby, interessi, passioni, Francesco Totti oltre alla Roma e alla sua tifoseria ha avuto solo la sua famiglia! Proprio questo forse ha reso il suo saluto ufficiale all’Olimpico e ai romani-romanisti così commovente… Ció che era evidente, anche a me che di calcio non me ne intendo, era la sofferenza che quest’uomo di 40’anni. Lo stadio per una volta è stato teatro di dolori veri! Il dolore del Capitano non era quello di uno che fingeva. Era il dolore dell’uomo Francesco Totti protagonista di un pre-pensionamento non voluto e negli anni sempre rimandato e dei tifosi che da sempre l’hanno appoggiato.

Totti oggi

Totti oggi si trova ad essere troppo “grande” per coltivare una passione diversa dal calcio, ma allo stesso tempo è troppo giovane per “riposarsi”… Dovrá quindi cercare un’alternativa per reinventarsi fuori del suo ruolo di Capitano della Roma… Il suo dolore, le sue lacrime, ogni emozione, sua, dei familiari, dei tifosi, degli addetti ai lavori, traspariva dallo schermo fino ad arrivate al grande atto di fiducia di Francesco, quando con molta umiltà ha detto ai suoi tifosi di sempre di avere un po’ di paura…

“Questa volta sono io ad aver bisogno di voi”. Ha detto mostrando ai suoi tifosi che, quella maglia, quel ruolo di Capitano, se lo era già tolto di dosso, seppur con difficoltà, e si immergeva uomo fra gli uomini, tra i suoi simili a cui non chiedeva altro che sostegno. “Che la mia carriera diventi una favola da raccontare” non vuole essere dimenticato il Capitano, e questo di certo non succederà, per chi ha creduto in lui! A sorprendermi oggi oltre al discorso, sono i dolori dell’uomo Totti, dolori farciti forse da molta liquidità, ma pur sempre dolori! Ció che mi commuove è un uomo che non si vergogna di piangere di fronte alle telecamere e che ammette di aver paura (dite la verità, quanti di voi l’avrebbero fatto?).

Da Totti leggenda a semplice uomo

Un uomo che, sempre molto emozionato, chiede ai suoi tifosi di aiutarlo perché “con il vostro affetto riuscire a voltare pagina”… Per tornare da leggenda ad essere uomo. Francesco sa che dovrà affrontare le difficoltà che molti affrontano a 63-65 anni con il pensionamento nel tentativo di ricostruirsi… La difficoltà di mettere nuove foglie, senza cambiare radici e, seppure avrà delle difficoltà ad uscire dal ruolo di Capitano, sua seconda pelle, sono certa che troverà ad ogni angolo qualcuno che gli dica “daje Capita’” e allora lui, Francesco Totti potrà sempre (pur facendo qualcosa di molto diverso) riuscire a mettere in rete un rigore con il “cucchiaio”…

E sì, perché non dobbiamo dimenticarlo mai, le grandi persone, i grandi uomini, hanno avuto molti che hanno creduto in loro e li hanno sostenuti… Cosí hanno accresciuto la propria autostima, si sono riconosciuti bravi, competenti e sono diventati grandi… un augurio al Capitano è doveroso a questo punto.

Francesco se stai leggendo…

spero che nel tempo che potrai dedicare a te stesso riuscirai a trovare molte altre strade da percorrere. Spero che esse ti renderanno orgoglioso delle scelte che farai, come quella che hai fatto di restare a Roma, alla Roma e dei romani… Per questi 25-28 anni… già trascorsi… Grande storia, grande favola, grande commozione da parte di tutti, e non poteva essere altrimenti! In bocca… alla lupa Capitano!

 

Dietro le quinte della dipendenza affettiva

L’utopia dell’indipendenza assoluta

Partiamo col dire che l’indipendenza pura non è né possibile né auspicabile. Siamo e saremo sempre “essere sociali”, ma la dipendenza dall’altro, non il semplice ricercare un appoggio, può arrivare a diventare patologica.

La dipendenza affettiva colpisce quasi esclusivamente le donne (99%). Ci è toccato rappresentare il “sesso debole” per troppo tempo per poter credere di riuscire a scampare ad una dipendenza del genere.

La persona dipendente, che chiameremo per facilitare il discorso Andrea, ha dei tratti caratteriali ben definiti. Nel descrivere Andrea ve la presento:

  • soffre di una forte carenza di autostima che si basa su un forte senso di inadeguatezza;
  • crede di valere poco o nulla fuori dal suo ruolo di compagna/amica fedele e devota;
  • ha sempre bisogno di essere rassicurata;
  • vive nel terrore che l’altro la “abbandoni”;
  • si comporta come se non fosse meritevole di amore e attenzioni, e non chiede nulla per sé perché ha paura di stancare l’altro;
  • vive in funzione dell’altro e delle sue necessità, in una condizione di cronica assenza di reciprocità;
  • crede che occupandosi continuamente ed esclusivamente del partner la loro relazione diventerà stabile e duratura.

Relazione disfunzionale

Con il passare del tempo, ripetendo e rinforzando questi comportamenti in diversi rapporti sia d’amore che d’amicizia, Andrea finirà per dimenticare cosa vuole e chi è e si comporterà come un’estensione dell’altro, facendo proprie le altrui richieste, bisogni e interessi e mostrando in questo modo dei confini di sé labili e sfumati. Andrea non si rende conto perché forse non l’ha mai sperimentato, che l’amore si basa sulla spontaneità, la condivisione e l’intimità in uno scambio continuo e un accrescimento costante e reciproco. Come in ogni rapporto, se sono solo io che ti cerco il nostro non è né amore, né amicizia, il nostro rapporto è un’illusione, un’illusione solo mia, in quanto ogni rapporto per essere tale si dovrebbe basare sulla reciprocità e sulla condivisione, di due individui con progettualità comuni e stessa volontà di rendere felice l’altro.

Nel Paradiso della relazione perfetta di cui Andrea crede di far parte, lei svaluta o giustifica gli atteggiamenti di rifiuto del partner. Lui si comporta in maniera sfuggente o estremamente bisognosa in quanto schiavo di altre dipendenze. Questo tipo di rapporti porta da sempre Andrea a investire molte energie sull’altro di turno e ben poche su di sé, ciò la condurrà a mascherare tale dipendenza affettiva dietro ai disturbi d’ansia e somatizzazioni.

Ora lasciamo tornare Andrea alle sua relazione paradisiaca e discutiamone…

La coppia sana

Udite udite… I rapporti si basano sugli scambi, verbali e non verbali, sulla condivisione di emozioni, di pensieri e di esperienze, si basano sull’importanza dell’unicità di ogni membro della coppia. Una coppia è sana e forte se i membri che la formano sono altrettanto forti caratterialmente, ciò non significa essere perfetti, né non aver bisogno di nulla, ma vuoi dire essere disponibile per l’altro, ma tenendo sempre presenti noi stessi. Se non amo me stesso, chi potrà amarmi?

Coltivate la vostra autostima, autostima non è una parolaccia, date valore alle vostre necessità, se non ricordate di cosa avete bisogno allora impegnatevi a riscoprire voi stessi, i vostri interessi e le vostre qualità, sperimentatevi nel vivere (che è ben diverso dal sopravvivere) e fate concretamente ciò che vi piace e vi gratifica. La vostra felicità non ha prezzo…

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