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La trasformazione delle nostre abituali carezze

Oggi volevo riflettere con voi sul significato e sull’importanza delle “carezze” che offriamo o riceviamo ogni giorno. In senso psicologico, le carezze rappresentano il modo in cui le persone riconoscono l’esistenza dell’altro, bambino o adulto che sia, in modo verbale e non verbale.

Quando siamo piccoli, i grandi ci offrono carezze di riconoscimento indirizzate a nostri ben precisi atteggiamenti. E’ proprio per merito di queste carezze che crescendo rinforziamo sempre più questi comportamenti fino a farli diventare veri e propri lati del nostro carattere. In fase di sviluppo le carezze dei genitori o degli adulti di riferimento, di qualsiasi tipo esse siano, sono comunque meglio dell’indifferenza.

Facciamo un esempio: se io fossi una bambina tranquilla e moderata che però non riceve considerazione adeguata, potrei iniziare a comportarmi male, all’inizio sarebbero solo dei tentativi per vedere come si comporterebbero gli adulti che mi stanno intorno. A quel punto basterebbe che quei comportamenti definiti dai miei genitori “sbagliati” o “da maleducata” venissero rinforzati, sottolineati (gridando, parlandone o mettendomi in punizione), ed io allora mi troverei di fronte ad un bivio. Dovrei quindi scegliere se voglio comportarmi bene e sentirmi poco considerata oppure avere atteggiamenti “sbagliati”, ma essere al centro dell’attenzione delle persone importanti per me.

Purtroppo nell’età in cui si prendono tali decisioni (entro gli 8-9 anni) i bambini preferiranno sempre le attenzioni, di qualunque tipo esse siano, piuttosto che l’indifferenza. Nel loro processo di crescita questa decisioni verrà ogni giorno rinforzata e confermata ad ogni arrabbiatura dei grandi. Prima dei 9 anni i bambini prendono quindi una decisione basilare: essere riconosciuti positivamente e sentirsi importanti o riconosciuti negativamente e sentirsi di peso per le persone di riferimento.

Ovviamente nei rinforzi, positivi o negativi che siano bisogna esserci anche una sorta di coerenza tra ciò che il genitore dice ed il suo comportamento non verbale. Se coerente amplifica ancora di più l’atteggiamento del bambino, se incoerente (padre o madre che lo sgridano ridendo) ciò creerà solo più confusione nel bambino e più difficoltà nel capire cosa i genitori apprezzano o meno di lui come persona. Cosa succede col passare del tempo? Più si sono rinforzati alcuni comportamenti e più sarà difficile modificarli in quanto il cambiamento verrà percepito come fonte di incertezza e quindi pericoloso.

Mettetevi nei miei panni: se crescendo a scuola o in palestra trovassi dei professori o degli allenatori che iniziassero a rinforzare i miei comportamenti “educati” seppur pochi, invece di quelli “maleducati” che farei? Prima di tutto mi approccerei a loro con diffidenza mettendo in dubbio i loro buoni propositi dicendo a me stessa che: “se i miei genitori non mi considerano quando sono educata, perché dovrebbero farlo gli altri?” (ovviamente in modo totalmente inconscio vista la mia età). Se poi loro mentre io continuo a testare le loro reazioni alla mia maleducazione continuassero a sottolineare i miei atteggiamenti positivi, allora potrei iniziare a fidarmi e a pensare che forse esistono persone diverse dai miei genitori e che forse vale anche la pena comportarmi con queste persone in maniera diversa da come mi comporto in casa. Questo sarebbe l’inizio, se non del mio cambiamento, sicuramente della possibilità di prendere in considerazione un’alternativa a quanto ho fatto fino ad oggi.

Ora vi chiederete… “Dove vuole arrivare?”. Vorrei arrivare a riflettere con voi su ciò che diciamo e facciamo per gli atri e su ciò che gli altri dicono o fanno per noi. Tenendo in considerazione quanto detto fin qui,  ho dei suggerimenti per chi sente che qualcosa di ciò che ho scritto lo riguarda in prima persona:

  • date carezze spontaneamente, è sempre il momento buono per dire una cosa positiva all’altro;
  • chiedete carezze quando ne avete bisogno, se vi risponderanno che non sono del giusto umore per farlo, non demordete e provate di nuovo con qualcun altro, c’è qualcosa di bello in un abbraccio e nessuno è mai riuscito ad abbracciarsi da solo;
  • accettate le carezze degli altri senza svalutarle “è molto interessante ciò che hai scritto!” e dentro di voi pensate “Di sicuro l’ha detto solo per farmi contenta”;
  • rifiutate le carezze che vi svalutano e spiegate a chi vi sta di fronte il motivo per cui vi sentite svalutati;
  • date carezze a voi stessi, non è vero che “chi si loda si sborsa” piuttosto è vero che se siamo persone consapevoli conosciamo molto bene i nostri pregi e i nostri difetti e se non li accettiamo noi, chi potrà farlo?

Il tutto servirà ad ampliare la vostra capacità di essere intimi, consapevoli e spontanei sia con noi stessi che con gli altri. Il mondo potrebbe essere un posto migliore se tutti ci impegnassimo per renderlo tale.

Se avete dubbi o domande in merito scrivetemi.

Buon inizio settimana.

La comunicazione al tempo dei social

Cosa succede quando ci mettiamo seduti dietro un pc o dietro lo schermo di un cellulare?
E’ bene chiederselo visto che attualmente gestiamo la nostra noia e organizziamo il nostro tempo libero in questa maniera. Sembra strano, ma ci rilassiamo o almeno così crediamo. Anni fa ci si riposava sotto l’ombrellone leggendo i giornali di scoop, ora apriamo Facebook, Twitter e la vita privata delle persone più o meno famose ci balza agli occhi, quasi chiedendo di essere considerata e paragonata con la nostra. Qui nasce il primo problema: il confronto… Non mi stancherò mai di dirlo, il confronto viene spontaneo, è umano, ma quale confronto? nessuno ha vissuto la nostra stessa vita e vi ha reagito nello stesso nostro modo, siamo unici nel nostro modo di stare al mondo e sapete qual è il bello? per tutti è così, anche quelli che guardiamo e di cui invidiamo le vite, le scelte e le amicizie, anche loro sono unici e forse al nostro posto non avrebbero potuto né saputo “cavalcare la nostra onda” bene quanto l’abbiamo fatto noi! Se non esistono paragoni possibili o accettabili, esiste però la possibilità di partire dal confronto per ottenerne degli stimoli. A mio parere infatti il web potrebbe e dovrebbe essere utilizzato come strumento che possa spronarci verso ciò che ognuno di noi potrebbe fare, se solo volesse.
Purtroppo invece oltre che non prendere nulla dal web, quello schermo spesso si trasforma in un “filtro magico” di cui apprezziamo e ci teniamo stretti l’effetto disinibitorio. Molti infatti arrivano ad avere comportamenti che di persona non si permetterebbero mai, minacciando, deridendo, perseguitando, pubblicando foto come prima della diffusione della moda dei social non avrebbero fatto. Proiettano sugli altri le loro frustrazioni dando “in pasto” loro stessi, le loro reazioni, i loro pensieri, ad un pubblico spesso non selezionato e per questo, troppo vasto e poco attento alle buone maniere. Soprattutto tra gli adolescenti, ma non solo, questa disinibizione viene confusa con la spontaneità. La disinibizione, al contrario della spontaneità, nega la possibilità di crescita personale, la capacità di empatia e comprensione. Non avendo quindi di fronte la persona con cui stiamo parlando, smettiamo di misurare le parole, non ci impegniamo a dirle con la giusta intonazione, non utilizziamo dolcezza né tatto per esprimere ciò che pensiamo, ed ogni scambio diventa un semplice quanto superficiale e banale scambio di “parole” o “frasi fatte”.
Usare i social e il web in maniera diversa e senza farci derubare della nostra umanità, è una cosa possibile, qualche consiglio per chi mi legge:

  • cercate di cogliere dal confronto con l’altro sempre nuove e positive possibilità di crescita personale;
  • cercate ogni giorno pagine o profili che possano aiutarvi a seguire il vostro percorso;
  • arricchite voi stessi senza bloccarvi alla prima difficoltà verso il cammino che vi condurrà al vostro obiettivo;
  • gli scambi di offese e di affetto teneteveli per uno scambio vis à vis nel quale anche l’altro potrà dirvi la sua e potrete così crescere entrambi nel rapporto che state decidendo di portare avanti;
  • vi piace un posto che qualcuno ha visitato, un libro che qualcuno ha letto, un pensiero che qualcuno ha condiviso? allora segnatevi il posto (potrete andarci), il libro (potrete leggerlo) e alzate il telefono per dire: “Giorgia la penso anche io come te, ci prendiamo un caffè così possiamo parlarne a quattr’occhi?”.

Il mio scopo era di darvi uno spunto di riflessione, un pc, un cellulare possono facilitare la vita, ma non possono sostituirla. Invece di leggere “delle persone”, “state con quelle persone” invece di proiettare su di loro le vostre frustrazioni, il web può incrementare il modo in cui possiamo incontrare le persone, ma utilizzarlo in maniera sbagliata ci renderà quotidianamente più soli.
Ora uscite, fate esperienze e tenete presente che i ricordi durano molto di più dei pc e dei cellulari, oltre ad arricchirvi e a rendervi persone migliori.

 

L’arte di separarsi senza perdersi: “Io non vorrei lasciarvi andare”.

Quante volte ci è capitato di “perdere” qualcuno? o di percepire un allontanamento come una reale perdita dell’altro? magari semplicemente perché si allontana da noi per un periodo di tempo più lungo del solito…

Se la persona in questione è per noi una figura di rilievo a cui sentiamo di poterci poggiare, allora questo separarsi potrà essere accompagnato da dolore e potrà essere paragonato emotivamente a un lutto.

Come ci siamo “ridotti” così? Presto detto, forse quando eravamo bambini, per cause diverse, ma comunque dipendenti dai rapporti con le figure di attaccamento, non siamo riusciti ad acquisire una competenza che si sviluppa nei primi mesi di vita: la “costanza dell’oggetto”. Succede quindi che, nel momento dell’allontanamento da qualcuno non riusciamo a portare dentro di noi un’immagine della persona, ma ne ricordiamo solo alcuni “indizi” che da soli non bastano ad  affrontare il distacco imminente senza la forte sensazione di abbandono e perdita che ne sono la diretta conseguenza.

Come possiamo prevenire il “disturbo da sofferenza prolungata” (dicitura utilizzata dal DSM V per generalizzare la forte frustrazione e smarrimento in cui si viene catapultati sia per via di una perdita che di un lutto) e affrontare il mondo senza la vicinanza di alcune persone a cui teniamo molto?

Possiamo:

  • Fornire a noi stessi informazioni adulte (“il mio amico non muore, semplicemente si allontana da me, esiste il telefono e con internet ci sentiremo comunque”) e sviluppare modalità alternative per continuare ad avere un rapporto significativo;
  • Andare avanti nella nostra vita accettando la tristezza, viverla e “concedere a noi stessi il tempo di digerirla” (“la mia amica se ne va, perdo una quotidianità con lei e il suo appoggio costante, dato anche dal suo esserci fisicamente; se facessi finta di niente, metterei solo una maschera, posso essere triste”), infatti il dolore non andrebbe evitato bensì compreso, in quanto quel dolore dà conto di quanto quella persona sia importante per noi;
  • Evitare di punire la persona che si allontana da noi, o noi stessi in modo masochistico (“dato che se ne vanno vuol dire che per loro non conto nulla e quindi non li chiamo, così mi abituerò prima a stare senza di loro!”), nonostante la brutta sensazione di essere stati “abbandonati” in un deserto, assetati e  senza acqua;
  • Tenere a mente quanto abbiamo fatto e vissuto insieme.

Tutto questo ci permetterà di percorrere un processo interno attraverso cui si potrà trasforma l’assenza esterna in presenza interna.

E dopo cosa succederà? Conseguenza del distacco è un’iniziale chiusura a cui segue l’adattamento all’ambiente in una percezione di “assenza dell’altro”. Il Modello Duale utilizzato in Psicoterapia per la gestione del lutto, ma applicato anche alle perdite rilevanti, si basa sull’alternanza tra Perdita del legame e Ricostruzione in assenza del legame. Lo stress e l’ansia conseguenti dall’oscillazione risultano necessari al raggiungimento di un nuovo adattamento.

L’adattamento non sarà possibile né reale se non passerà attraverso l’elaborazione del dolore della perdita.

Vi lascio con quest’ultima considerazione: il dolore per l’assenza in fin dei conti non è altro che l’antitesi del legame. Se c’è dolore, è esistito un rapporto e con esso un legame, più sarà forte il dolore e più il rapporto sarà stato fondamentale.

Ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale.

La favola dei Caldomorbidi

(versione rivisitata della favola originaria dal libro di Steiner, 1974).

C’era una volta un paese, chissà dove e chissà quando, in cui tutti, ma proprio tutti, erano felici. Il segreto di questa felicità era una “cosa” chiamata Caldomorbido. Alla nascita infatti, ogni bambino riceveva un sacchetto in dono, da cui ogni volta che voleva poteva tirare fuori un Caldomorbido per goderne o per offrirlo a qualcun altro. I Caldomoribidi erano molto richiesti perché quando se ne riceveva uno si sentiva un meraviglioso tepore in tutto il corpo, un senso di benessere appagante. Coloro che non ne ricevevano con regolarità rischiavano di ammalarsi di una grave malattia che faceva inaridire l’organismo e portava persino alla morte. Essendocene in grande quantità le persone se li scambiavano di continuo e quando qualcuno ne sentiva il bisogno lo chiedeva a qualcun altro che gliene dava senza remore. Dicevamo che tutti erano felici, ma questo non è proprio vero… infatti solo una strega, incattivita dalla felicità generale, trovava infatti piuttosto difficoltoso piazzare filtri e pozioni in mezzo a gente sempre felice e appagata, elaborò un piano malvagio e iniziò a  spargere la voce che se i Caldomorbidi avessero continuato ad essere offerti così generosamente sarebbero presto terminati. Una cappa opprimente di sospetto e inquietudine calò sul paese. Col passare dei giorni le persone furono sempre meno disposte a donare Caldomorbidi agli altri, non se ne chiedevano più, ognuno si teneva stretto il suo sacchetto e le persone iniziarono ad essere tristi e sospettose. Molti quindi si ammalarono per carenza di calore e contatto e a nulla valsero i rimedi della strega, che seppure scocciata in precedenza dalla loro felicità non voleva comunque che la gente morisse… i morti non comprano filtri né pozioni. Pensò quindi di iniziare a mettere in vendita i Freddoruvidi. Un sacchetto ad ognuno ed il gioco era fatto. I Freddoruvidi erano in grado di impedire che l’organismo si inaridisse, ma invece di offrire tepore e benessere donavano freddo e punture a chi li offriva e a chi li riceveva. Iniziarono quindi ad essere scambiati al posto dei Caldomorbidi e in breve tempo le vite tristi di quelle persone si allungarono e con esse le loro agonie e meschinità. Il caso volle che a rovinare i piani della strega fosse una giovane donna che, capitata da quelle parti vi si stabilì ed iniziò, com’era sua abitudine e senza badare alle dicerie, a donare Caldomorbidi senza preoccuparsi di rimanere senza. Successe così che seguendo il suo esempio prima i bambini, poi i grandi, ricominciarono a scambiarsi Caldomorbidi quando ne avevano voglia e quando gli venivano richiesti, tornarono così a sentirsi nuovamente bene, amati e felici… tutti… tranne la strega… che esiliò in un luogo di cui nessuno chiese il nome.

Cosa viene dopo il numero “10”. Totti: dalla leggenda alla favola.

Prendo spunto dalla giornata di ieri… il Tottiday, come molti lo hanno definito, l’addio alla carriera di calciatore di un uomo che per onestà, devozione e fedeltà è diventato, e molti dicono resterà, la leggenda di Roma!
Molti calciatori hanno altri hobby, interessi, passioni, Francesco Totti oltre alla Roma e alla sua tifoseria ha avuto solo la sua famiglia! Proprio questo forse ha reso il suo saluto ufficiale all’Olimpico e ai romani-romanisti così commovente… ció che era evidente, anche a me che il calcio non lo seguo, era la sofferenza che un uomo di 40’anni stava mettendo in gioco sul prato dell’Olimpico.

Lo stadio per una volta è stato teatro di dolori veri: il dolore del Capitano che di lì a poco si sarebbe goduto i frutti di tanti sacrifici; il dolore dei tanti tifosi che dagli spalti e dai divani di casa hanno aspettato per piangere con lui ed appoggiarlo; e il dolore dell’uomo Francesco Totti che a 40’anni si ritrova protagonista di un pre-pensionamento non voluto e negli anni sempre posticipato.

Proprio questo mi ha fatto riflettere… a 4’anni si è troppo “grandi” per coltivare una passione diversa da quella di sempre, ma allo stesso tempo si è troppo giovani per “riposarsi” semplicemente … sicuramente Totti oggi è più uomo, come si è definito nel suo discorso, un uomo diverso da molti altri per alcuni aspetti, ma ugualmente bisognoso di reinventarsi, di cercare un’alternativa per ricostruirsi fuori dal suo ruolo di Capitano della Roma… il suo dolore, le sue lacrime, ogni emozione, sua, dei familiari, dei tifosi, degli addetti ai lavori, traspariva dallo schermo fino al grande atto di fiducia di Francesco, quando con molta umiltà ha detto ai suoi tifosi di sempre di avere un po’ di paura… “Questa volta sono io ad aver bisogno di voi…” mostrando che, perdere quella maglia, perdere quel ruolo di Capitano per immergersi in una vita diversa, uomo fra gli uomini, per lui era difficile, ma è riuscito nonostante ciò a chiedere sostegno…. “che la mia carriera diventi una favola da raccontare”… non vuole essere dimenticato il Capitano, e questo di certo non succederà, per chi ha creduto in lui!

A sorprendermi quindi è stato un uomo che non si è vergognato di piangere di fronte alle telecamere e che ha espresso i suoi sentimenti di paura (dite la verità, quanti di voi l’avrebbero fatto?). Un uomo che, sempre molto emozionato, ha chiesto ai suoi tifosi di aiutarlo perchè “con il vostro affetto riusciró a voltare pagina”…per tornare da leggenda a uomo. Francesco sa che dovrà affrontare delle difficoltà per cercare di cucirsi addosso un altro ruolo, per mettere nuove foglie, senza cambiare radici, ma di sicuro seppure avrà dei tentennamenti sono certa che troverà ad ogni angolo qualcuno che gli dirà “daje Capita’” e allora lui, Francesco Totti potrà anche (pur facendo qualcosa di molto diverso) riuscire a mettere in rete un rigore facendo il “cucchiaio”… perché vorrei riflettessimo proprio su questo… le grandi persone, i grandi uomini, hanno molti che credono in loro e li sostengono… così diventano “grandi”…

un augurio al Capitano è doveroso a questo punto: “Francesco, se stai leggendo, spero che nel tempo che potrai dedicare a te stesso potrai trovare molte altre strade da percorrere che ti diano altrettante soddisfazioni e che ti rendano orgoglioso delle scelte che farai, come quella che hai fatto di restare a Roma, alla Roma e dei romani, per questi 25-28 anni di amore reciproco… purtroppo ormai già trascorsi… grande storia, grande favola, grande commozione da parte di tutti, e non poteva essere altrimenti! In bocca… alla lupa!”

Dietro le quinte della “dipendenza affettiva”

Partiamo col dire che l’indipendenza pura non è né possibile né auspicabile, in quanto siamo e saremo sempre “essere sociali”, ma la dipendenza dall’altro, non il semplice ricercare un appoggio, può arrivare a diventare patologica.

La dipendenza affettiva colpisce quasi esclusivamente le donne (99%), ci è toccato rappresentare il “sesso debole” per troppo tempo per poter credere di riuscire a scampare ad una dipendenza del genere.

La persona dipendente, che chiameremo per facilitare il discorso Andrea, ha dei tratti caratteriali ben definiti. Nel descrivere Andrea ve la presento:

  • soffre di una forte carenza di autostima che si basa su un forte senso di inadeguatezza;
  • crede di valere poco o nulla fuori dal suo ruolo di compagna/amica fedele e devota;
  • ha sempre bisogno di essere rassicurata;
  • vive nel terrore che l’altro la “abbandoni”;
  • si comporta come se non fosse meritevole di amore e attenzioni, e non chiede nulla per sé perché ha paura di stancare l’altro;
  • vive in funzione dell’altro e delle sue necessità, in una condizione di cronica assenza di reciprocità;
  • crede che occupandosi continuamente ed esclusivamente del partner la loro relazione diventerà stabile e duratura.

Con il passare del tempo, ripetendo e rinforzando questi comportamenti in diversi rapporti sia d’amore che d’amicizia, Andrea finirà per dimenticare cosa vuole e chi è e si comporterà come un’estensione dell’altro, facendo proprie le altrui richieste, bisogni e interessi e mostrando in questo modo dei confini di sé labili e sfumati. Andrea non si rende conto perché forse non l’ha mai sperimentato, che l’amore si basa sulla spontaneità, la condivisione e l’intimità in uno scambio continuo e un accrescimento costante e reciproco. Come in ogni rapporto, se sono solo io che ti cerco il nostro non è né amore, né amicizia, il nostro rapporto è un’illusione, un’illusione solo mia, in quanto ogni rapporto per essere tale si dovrebbe basare sulla reciprocità e sulla condivisione, di due individui con progettualità comuni e stessa volontà di rendere felice l’altro.

Nel Paradiso della relazione perfetta di cui Andrea crede di essere parte, lei svaluta o giustifica gli atteggiamenti di rifiuto del partner che si comporta in maniera sfuggente o estremamente bisognosa in quanto schiavo di altre dipendenze. Questo tipo di rapporti porta da sempre Andrea a investire molte energie sull’altro di turno e ben poche su di sé, ciò la condurrà a mascherare tale dipendenza affettiva dietro ai disturbi d’ansia e somatizzazioni.

Ora lasciamo tornare Andrea alle sua relazione paradisiaca e discutiamone…

Udite udite… i rapporti si basano sugli scambi, verbali e non verbali, sulla condivisione di emozioni, di pensieri e di esperienze, si basano sull’importanza dell’unicità di ogni membro della coppia. Una coppia è sana e forte se i membri che la formano sono altrettanto forti caratterialmente, ciò non significa essere perfetti, né non aver bisogno di nulla, ma vuoi dire essere disponibile per l’altro, ma tenendo sempre presenti noi stessi. Se non amo me stesso, chi potrà amarmi?

Coltivate la vostra autostima, autostima non è una parolaccia, date valore alle vostre necessità, se non ricordate di cosa avete bisogno allora impegnatevi a riscoprire voi stessi, i vostri interessi e le vostre qualità, sperimentatevi nel vivere (che è ben diverso dal sopravvivere) e fate concretamente ciò che vi piace e vi gratifica. La vostra felicità non ha prezzo…

Ansiosa-Mente

La persona ansiosa è come un’amante dell’arte che entra in un museo…

fa il suo giro senza guida, passa di fronte ad ogni quadro, lo osserva e se ne allontana per passare al successivo, poi, di fronte al quadro più importante del museo, si siede sulla panchina e continua a guardarlo. Il quadro è grande, pieno di personaggi variegati e dipinti con bei colori, di espressioni facciali particolari dipinte sui volti dei protagonisti e lei sta lì immobile e continua a guardare…

Immaginate ora che quel quadro e i suoi personaggi possano prendere vita… immaginate che le loro vite vadano avanti e che invece il nostro protagonista, quello sulla panchina, continui a restare immobile, silenzioso osservatore delle vite altrui, che seppur lo interessano, non lo incuriosiscono abbastanza da tentare di vivere allontanando la paura e l’idea che  e lui lo facesse qualcosa di brutto potrebbe succedere.

Ora di sicuro se sto fermo, chiuso in casa, posso controllare e limitare le cose brutte o i brutti incontri che potrei fare, ma se sto fermo e chiuso in casa evito e limito anche tutto ciò che di bello potrebbe accadermi nella vita, evito la vita, la lascio scorrere e questo non può aiutarmi.

Questa è la persona ansiosa, una persona che è vittima di se stessa e dei suoi blocchi emotivi attraverso i quali non si permette di affrontare la vita sperimentando le proprie paure, ma preferisce tenersi in disparte ed osservare le vite altrui in modo da aggiungere altri elementi al suo album dei rimpianti.

Il segreto sapete qual è? che ogni persona ansiosa ha tutti i mezzi e le competenze necessarie per affrontare la vita e superare le proprie ansie, non ha bisogno di null’altro…

L’ansia infatti può essere combattuta con semplici metodi:

  • non parlando dell’ansia (per evitare di rinforzarla mettendo “altra carne al fuoco” e produrre effetti contrari);
  • affrontando da solo ciò che lo spaventa  e preoccupa (quando si chiede aiuto gli altri ce ne danno perché ci vogliono bene, ma facendolo insinuano in noi il tarlo che senza di loro non ce l’avremmo fatta, e ciò porta a svalutare noi stessi e le nostre competenze);
  • affrontando ciò che ci spaventa, invece di evitarlo (la paura si combatte con il coraggio);
  • ascoltando noi stessi, i nostri pensieri, le nostre emozioni, potremo capire la nostra ansia e il suo funzionamento, e comprendere ogni giorno qualcosa in più su noi stessi e su come ci blocchiamo dal migliorare.

Buon lavoro a tutti!

Il terrorismo del “Blue Whale”

Si è detto e scritto tanto sull’argomento, ma anche io vorrei dire la mia.

Mi guarderò bene dal definirlo “gioco” perché alla base di un gioco c’è il divertimento reciproco, cosa che ovviamente in questo “attentato alle vite” di 157 ragazzi, è stato unilaterale. L’uomo che è stato arrestato, hanno detto fosse uno psicologo, ma credo che qualsiasi “uomo” che abbia ideato questo scenario non sia degno di essere definito con un ruolo che dovrebbe rimandare al sostegno dell’altro, ma soprattutto non è degno di essere definito “uomo”.

Le persone fragili, soprattutto se in fase pre-adolescenziale e adolescenziale, hanno una carente autostima, un forte bisogno di sentirsi riconosciuti e un forte bisogno di appartenere ad un gruppo… Hanno bisogno di sentirsi considerati, amati e gratificati.

A mio avviso questo era puro e semplice “terrorismo” infatti la condivisione dei filmati e delle foto che confermano le fragilità e le morti di questi ragazzi, li ha messi alla mercé di altri adolescenti fragili che ora, spaventati potrebbero credere che chiunque potrà riuscire ad influenzarli… il mio messaggio va a loro…

  • Qualsiasi cosa succeda dentro o fuori di voi confrontatevi, con gli adulti o con i coetanei, ma parlatene, datevi la possibilità di capire le situazioni ascoltando anche il parere degli altri;
  • Valutate le alternative sempre, il mondo non è bianco o nero, ma ha una serie infinita di sfumature e colori… sperimentateli tutti, cercando di fare il vostro bene;
  • Proteggetevi dalle persone o dalle situazioni che vi fanno del male, a qualsiasi livello;
  • Circondatevi di persone simili a voi, ma anche di persone molto diverse, è soprattutto da questi confronti che si giunge alla crescita;
  • Se avete dei problemi che dipendono da voi e che voi potete risolvere, fatelo, uno per volta però… non affaticatevi;
  • Cercate di ricaricare le vostre energie facendo cose che vi rendano felici: ascoltare musica, leggere, fare passeggiate, mangiare qualcosa di buono, stare con le persone che vi vogliono bene, progettare la vostra vita sulla base di obiettivi raggiungibili;
  • Amate e permettete agli altri di amarvi e starvi accanto, l’amore in tutte le sue forme, arricchisce sempre;
  • Accettate di essere chi siete, con le vostre idee, i vostri pensieri, le vostre emozioni, voi siete unici e speciali, non credete a chi vi dice il contrario o a chi vi svaluta;
  • Il tempo passerà e ciò che provate oggi cambierà, non abbiate fretta, datevi il tempo di crescere;
  • Dite no alla violenza;
  • Sostenete il rispetto e la gentilezza;
  • Voi non siete solo il nostro domani, voi siete il futuro…

Buon cammino.

 

“tana per papà dietro la siepe!”…

Sui siti e sui blog si discute sempre del padre come figura abbandonica, periferica, poco rilevante e in quanto tale inevitabilmente logorante per la vita del figlio, maschio o femmina che sia. Infatti questo succede, un padre assente per il figlio maschio gli nega la possibilità di prenderlo a modello, lasciandogli durante la crescita molti dubbi sul suo essere UOMO e comportarsi come tale, un padre assente per la figlia femmina le nega la possibilità di sentirsi amata dall’uomo più importante della sua vita e questo se lo trascinerà nella scelta degli uomini con cui si accompagnerà negli anni. Non credo ci sia bisogno di dire, ma lo faccio, che un padre può essere assente, anche se la sera torna a casa, anche se ha i suoi vestiti nell’armadio accanto a mamma ed anche se partecipa alla festa del figlio. Esistono molti abbandoni che i figli possono vivere: a livello fisico l’uscita del padre da casa, a livello emotivo il disinteresse dello stesso alla vita del figlio, a livello economico la noncuranza nei confronti dei suoi bisogni.

Ragionavo quindi, su quanto poco si parli invece dei padri presenti, di quei padri attenti e disponibili che con il loro esserci, accanto ad una madre anche lei presente, si trasformano da due individui che hanno deciso di avere un figlio, ad una famiglia….La famiglia è la magia e la forza per i figli, ma per farla questa magia bisogna essere in due, non può la donna fare tutto da sola, come non può l’uomo. Torniamo a parlare di questo uomo, questo padre che nonostante la fatica dopo il lavoro trova la forza per giocare con i figli, per aiutare la moglie in casa, per non fare mancare attenzioni ed affetto a nessuno, spesso viene svalutato, spesso gli viene detto che semplicemente “aiuta la mamma”, ma in realtà un uomo così sta esercitando la sua paternità. Si proprio come una donna esercita la sua maternità sacrificandosi per i figlio e facendo per lui cose indicibili, allo stesso modo può farlo anche un uomo ed è bello vederlo succedere. Forse vi sembra che parli di questo uomo-eroe-papà come se fosse un essere mitologico, ma vi assicuro, croce sul cuore che ne ho visti molti di uomini così… e per fortuna direi!

Infatti è proprio bello vedere un uomo grande e grosso giocare con i figli, è bello vedere che si “fa piccolo” su un lettino da mare e non si muove perché il figlio si è addormentato accanto a lui e lui non vuole svegliarlo, è bello vederlo giocare al meccanico o stare seduto al tavolo delle principesse a far finta di prendere il the… è bello vedere un padre che gioca a nascondino e che fa finta di perdere per far felici i figli.

Il mio plauso va a questi padri che quando i figli crescono non smettono, come non smettono le madri, di essere un punto di riferimento, qualcuno con cui discutere i problemi e le prospettive future, qualcuno con cui poter festeggiare le vittorie, qualcuno che c’è nonostante gli errori, perché i figli di errori ne faranno sempre… e va bene così, ma con un padre e una madre accoglienti e contenitivi moltissime cose possono essere risolte…

Tutti meritano un padre in questo modo, un padre presente, un padre costante nel suo essere accanto ai figli… il mio augurio è che voi padri riusciate ad esserlo per i vostri figli e che voi donne riusciate a trovare un uomo di tale calibro per i vostri futuri figli… La mia conclusione è questa: esistono pessimi padri, ma ne esistono di stupendi e forse sarebbe utile parlare di più. Tutti avremmo meritato un padre così… Un padre a cui vengono gli occhi lucidi mentre guarda il filmino del matrimonio dei figli… lo auguro ad ognuno di voi… ad ognuno di noi…

Quella formula magica chiamata: “Autonomia”.

Vi capita di sentire persone che a gran voce dicono di essere “autonome”? A me sì, e di solito in quel momento mi rendo conto che stanno utilizzando quella definizione per dar sfoggio di sicurezza, forza e compagnia bella. Il più delle volte queste persone si dicono “autonomi” quando hanno necessità di difendersi da ciò che credono possa in qualche modo essere minaccioso per la loro integrità emotiva e per il mantenimento dei loro schemi mentali, formati e rinforzati dal momento della nascita.

Quindi immaginate la situazione… io voglio farvi credere di essere più forte di ciò che sono, ne ho bisogno, nel senso, ho bisogno di crederlo e ho bisogno che voi lo crediate, quindi dico che non mi serve nulla, che non sono interessata al vostro aiuto, che posso fare da sola, vi dico che “SONO AUTONOMA” (c’è anche chi utilizza formule diverse, tipo “non c’è problema”, “non fa niente, lascia stare”…) questa è la formula magica, la frase che appena la dico… voi vi allontanate ed io ho raggiunto il mio obiettivo, stare sola e fare le cose a modo mio (magari poi penserò che una mano potevate darmela, che non avete insistito abbastanza per convincermi, che siete degli egoisti, ma questo è un altro discorso!). Isolandomi mi rafforzo e rafforzo in me e in voi la credenza che io sono davvero autonoma. Se voi siete lontani da me io mi sento più sicura perché la lontananza non vi permette di vedere le mie lacune, i miei difetti, quindi allontanandovi con la formula magica io non vi permetto di vedermi davvero per quello che sono… ma poi chi sono? Sono una persona fragile che nel suo essere e sentirsi sola trova la sua forza, sì infatti la forza mi viene non dall’autonomia, ma dal fatto che allontanandovi io controllo i vostri comportamenti invasivi nei miei confronti, mi difendo da voi e prevengo il vostro eventuale futuro abbandono… perché sicuramente mi abbandonerete, visto che ho tanti difetti e tante paure, forse sono una persona vuota e insensata e soprattutto vi ho preso in giro… non sono così autonomo come ho cercato di farvi credere… Allora sapete che c’è? prima che ve ne andate voi, vi allontano io, tanto sto bene da sola, non mi devo preoccupare di ciò che pensate, di quello che farete, posso pensare solo a me, di me stessa mi fido, di voi no.

Ora, descritta questa situazione, non vi sembra che l’autonomo più che autonomo sia in realtà una persona che ha bisogno di tenere sotto controllo l’altro? allontanandolo, per difendersi sicuramente e anche perché tenere lontani gli altri è l’unica cosa che sa fare.

Detto questo possiamo dire finalmente che la VERA persona autonoma esiste, ed ognuno di noi può diventarla senza neanche dire formule magiche o bere strane pozioni (in realtà alcuni lo fanno, ma anche questo è un altro discorso!). La persona autonoma è quella persona che permette agli altri di avvicinarlo, che ha relazioni significative, ma che riesce a stare bene ed a sentirsi completo anche se è solo, che non vive la solitudine come una punizione, ma come un momento per rilassarsi e ricaricarsi.

Ora che ci abbiamo ragionato sù, potete smettere di dire formule magiche e darvi un obiettivo.

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