Le relazioni interpersonali e la comunicazione in Analisi Transazionale

Per analizzare il tipo di relazioni interpersonali che i pazienti ricreano nel loro ambiente mi soffermo soprattutto sugli scambi transazionali che ne sono alla base.
L’analisi transazionale propriamente detta si occupa dello scambio di stimoli e risposte tra gli Stati dell’Io delle persone coinvolte nella conversazione. A seconda delle modalità tipiche di risposta allo stimolo esterno possiamo avere tre diversi tipi di transazioni collegate ognuna ad una regola della comunicazione (Berne, 1966; Woollams & Brown, 1978).
Nelle transazioni complementari stimolo transazionale e risposta provengono dallo stesso stato dell’Io. Questo scambio può avvenire tra ogni coppia di stati dell’Io; i vettori sul diagramma transazionale sono paralleli e le persone possono continuare a interagire all’infinito, come sostenuto dalla prima regola della comunicazione. Nel momento in cui le transazioni complementari diventano spiacevoli, il rapporto può però deteriorarsi e la comunicazione interrompersi (Berne, 1966).
Una transazione incrociata si ha quando i vettori del diagramma si incrociano e allo stimolo diretto ad un determinato Stato dell’Io segue la risposta da uno Stato dell’Io diverso da quello a cui era diretta la transazione, in questo caso le persone tendono ad allontanarsi o a cambiare l’argomento su cui si basava la conversazione, come descritto dalla seconda regola della comunicazione (Berne, 1966). Esistono diversi tipi di transazioni incrociate, ma due di esse si possono osservare più di frequente: quella di I tipo detta reazione di transfert, in cui mentre lo stimolo è diretto all’A, la risposta arriva dal B ed è diretta al G; quella di II tipo detta reazione di controtransfert, in cui lo stimolo originario è diretto all’A, ma la risposta arriva dal G ed è diretta al B (Berne, 1964a). Alcune volte per avere la certezza di essere di fronte ad una transazione complementare e non ad una incrociata, oltre ad analizzare il contenuto della transazione stessa, dobbiamo anche soffermarci sulla sua manifestazione di processo (Woollams & Brown, 1978).
La transazione ulteriore è una transazione complessa che implica l’intervento di più di due Stati dell’Io; essa si ha quando, un messaggio latente spesso inviato consapevolmente, è mascherato da una transazione socialmente accettabile e i due messaggi sono incoerenti tra loro. Queste transazioni possono essere di due tipi: angolare, in cui lo stimolo manifesto è diretto da A ad A mentre quello latente parte dall’A ed è diretto ad un altro Stato dell’Io, in questo caso la persona reagisce dallo Stato dell’Io a cui era stata originariamente diretta la transazione (Berne, 1964a); duplice, potrebbe sembrare una transazione complementare che parte dall’A ed è diretta all’A, ma è presente una comunicazione ad un livello diverso che parte dal B, diretta al B, o dal G, diretta all’altro G. A tal proposito la terza regola della comunicazione sostiene che l’esito comportamentale di una transazione ulteriore è determinato dal livello psicologico e non da quello sociale dello scambio (Berne, 1966).
Esistono anche altri tipi di transazioni definite di ridefinizione (Schiff, 1975) che possono essere: tangenziali, se lo stimolo e la risposta sono diretti ad aspetti diversi della domanda o verso lo stesso aspetto da punti di vista diversi; bloccanti, quando il paziente evita l’argomento proposto mostrandosi in disaccordo sulla definizione del problema che ne era alla base. In entrambi i casi, come anche per le transazioni ulteriori, l’attenzione alle incoerenze tra messaggi verbali e non verbali è determinante per poter fare, fin dalle prime fasi di consultazione e alleanza, una diagnosi accurata del paziente e per comprendere appieno ciò che egli mette in atto con il terapeuta nel setting protetto (Stewart & Joines, 1987).
Queste transazioni danno vita a tre tipi di relazioni di ridefinizione, una complementare e le altre competitive: simbiotica, si basa su un rapporto in cui la persona X ha bisogno che Y si prenda cura di lei, sottovalutando le sue capacità G, Y invece, si prende cura definendo e pensando alle diverse situazioni al posto di X, sottovalutando però i suoi bisogni e i suoi sentimenti; G-competitivo, tra X e Y è presente una competizione per la posizione di G/A della simbiosi, entrambe vorrebbero che l’altra si adattasse alla loro definizione della situazione; B-competitivo, la competizione in questo caso è per la posizione B della simbiosi, sia X che Y vorrebbero che l’altra si prendesse cura di lei e facesse sue le proprie responsabilità (Schiff, 1975).
Con lo scopo di comprendere e approfondire ulteriormente i modi in cui i miei pazienti si relazionano mi soffermo anche sulla comunicazione che mettono in atto attraverso il loro modo di dare e ricevere “carezze”, utilizzando il termine nell’accezione classica dell’AT, cioè come mezzo per essere riconosciuti dagli altri. Per quanto riguarda le carezze, Berne (1961) ha denominato “fame” questi bisogni biologici e psicologici di riconoscimento che l’uomo cerca, come può, di soddisfare. Secondo Steiner (1974) quando un bambino vive in un contesto in cui non è presente un libero scambio di carezze positive, pur di averne si accontenta anche di quelle negative. Queste forme di riconoscimento sia positive che negative, alla pari del contatto fisico, esercitano una stimolazione cerebrale sul bambino che per mezzo di esse sente di esistere per le persone che lo circondano (James & Jongeward, 1971).
Le carezze possono essere classificate secondo la modalità di espressione in: fisiche; verbali; mimiche o non verbali. Secondo la direzione, possono essere: condizionate, se elargite come conseguenza di un comportamento; incondizionate, se elargite per il modo di essere della persona. A seconda dell’intento che anima chi le offre: positive, se recano un messaggio “tu sei ok”; negative, se portano un messaggio “tu non sei ok”. Secondo l’esito: costruttive, quando producono un aumento del senso di Okness del ricevente; improduttive, quando non apportano alcuna crescita; distruttive, quando aumentano il senso di non – Okness del ricevente.
Tra queste diverse tipologie di carezze, quelle riguardanti modalità, direzione e intento sono determinate da chi le offre, mentre solo l’esito è determinato da chi le riceve (Moiso & Novellino, 1982). Lo scambio di carezze costituisce una transazione fondamentale del rapporto sociale in quanto fin dalla più tenera età (Berne, 1964a) esse possono essere dirette a uno qualsiasi degli Stati dell’Io del bambino. Con il passare del tempo e la ripetizione delle carezze, lo Stato dell’Io che ne ha ricevute di più diventerà quello dominante nel funzionamento dell’individuo (Klein, 1983).
Sempre il bisogno di stimoli, quindi di contatto e relativi rapporti, porta ad esigere che si stabiliscano situazioni e relazioni in cui le carezze possano essere scambiate attraverso la strutturazione del tempo (Woollams & Brown, 1978). Nella pratica clinica analizzando questi sei modi di strutturare il tempo, con i propri vantaggi e svantaggi, ho avuto la possibilità di comprendere meglio i rapporti interpersonali dei miei pazienti.
Mediante l’isolamento l’individuo può allontanarsi dagli altri mentalmente o fisicamente, affidandosi a se stesso come unica fonte di carezze. I rituali sono scambi transazionali perfettamente prevedibili e schematizzati, che possono essere informali o rispondenti a ben precisi cerimoniali (Berne, 1964a). I passatempi sono transazioni complementari semiritualistiche che rappresentano il procedimento abituale di selezione sociale che precede i giochi e l’intimità. L’attività è il modo più diffuso, comodo, utile e conveniente di strutturare il tempo (Berne, 1961) in quanto l’energia della persona è diretta verso oggetti, compiti, o idee (Woollams e Brown, 1978) attraverso cui egli tenta di gestire la propria realtà esterna nel migliore dei modi (Harris, 1967).
Proseguendo invece per quanto riguarda i modi in cui viene soddisfatta la fame di struttura, il gioco rappresenta una serie progressiva di transazioni ulteriori di tipo ripetitivo, volte ad ottenere un risultato ben definito e prevedibile, mediante la collezione di carezze negative (Berne, 1972). Esso comporta sempre, per chi vi partecipa, uno scambio di svalutazioni a livello psicologico e un ben definito tornaconto (Stewart & Joines, 1987). L’intimità è una relazione disinteressata che si basa su un dare e un ricevere, privo di ipocrisia e di forme di sfruttamento reciproco (Berne, 1964a); comporta uno scambio libero e aperto di sentimenti, pensieri e vissuti (Moiso & Novellino, 1982) tra individui, e veniva considerata da Berne (1964b) uno degli obiettivi di ogni terapia.
Boyd e Boyd (1980) suggeriscono l’aggiunta del “Play” (divertimento) come scalino successivo al gioco, vista la troppa distanza e differenza di transazioni tra quest’ultimo e l’intimità. Il divertimento permette di collezionare carezze positive, può essere ottenuto individualmente o tra più persone e può rappresentare un tentativo di avvicinamento che permette all’individuo di capire se può e/o vuole diventare intimo con una delle persone con cui si sta divertendo (Boyd & Boyd, 1980).

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